La storia, i castelli ed i palazzi
Partiamo per un viaggio attraverso la storia del territorio, che abbiamo approfondito durante le lezioni teoriche del PCTO.
Dopo alcuni estratti della storia locale, troverete la descrizione di alcuni castelli del territorio. Le informazioni sono state tratte da ricerche personali e da interviste realizzate da noi. Anche molte delle immagini sono state create da noi.
La nostra intenzione non è quella di fare lezioni di storia o di architettura, ma di farvi vedere questi castelli con i nostri occhi e di mostrarvi ciò che più ci ha colpito.
E chissà... magari leggendo vi verrà voglia di andarli a visitare.
Una chiacchierata con l'autore:
l'ing. Andrea Scotto e "La Novi di parte Guelfa dalla Scrivia a via Roma"
Prima di iniziare il nostro percorso tra la storia ed i castelli del territorio, abbiamo voluto intervistare l'ing. Andrea Scotto, che ci sta aiutando nel nostro lavoro di ricerca dedicandoci ore preziose. Il suo libro, "La Novi di parte Guelfa dalla Scrivia a via Roma" ci ha svelato aspetti della nostra città che non conoscevamo e ci ha stimolato ad approfondire le ricerche.
Da dove nasce il suo interesse per la storia?
Il mio interesse per la storia prese avvio 40 anni fa dalla curiosità infantile (avevo 7-8 anni) per le antichità romane presenti tra Libarna e Tortona (di qui l'attenzione per il territorio), e poi è cresciuto in quello stesso periodo con la lettura della "Storia delle Repubbliche Italiane nel Medioevo" di Sismondi, un autore capace di essere storicamente corretto ma avvincente come un romanziere: non a caso le sue opere si trovavano nella biblioteca personale di Alessandro Manzoni.
È grazie a questa passione che ha scritto il suo libro?
Si, ma non solo. Durante una sua lezione tenuta qui a Novi l'architetto novese Caterina Cavo, urbanista, allieva di Renzo Piano, ci ha invitato a cercare i segni del vissuto storico all'interno delle città e del territorio che a esse fa riferimento. Questo ha fatto scattare in me qualcosa che mi ha portato non più a vedere distrattamente ma a guardare con attenzione la mia città, riscoprendo le identità, anche contrapposte, che la compongono.
Perchè proprio la città di Novi Ligure ha suscitato in lei così tanto interesse?
Non solo Novi Ligure: ho avuto modo, ad esempio, di occuparmi di Serravalle (di cui ho raccontato la "battaglia dimenticata" del 4 giugno 1544), Gavi (dove sono stato fondatore e poi presidente degli "Amici del Forte"), di S. Cristoforo (il paese della mia famiglia fin dal 1261) e della Vallemme. Solo in questi ultimi anni ho concentrato l'attenzione su Novi, soprattutto sulle sue splendide chiese e su quella parte della città, dove sono sempre vissuto, che ho scoperto essere quella "guelfa"
Può raccontarci brevemente la storia, così da incuriosire e appassionare anche ragazzi giovani che hanno iniziato da poco ad appassionarsi alla storia?
Più che una storia, è una "passeggiata" dalla Scrivia a via Roma, passando dalle chiese della Pieve e di S. Pietro, cercando in tutto questo un denominatore comune, che ho trovato nell'essere "di parte guelfa". È guelfa la nobildonna genovese Oriana di Campofregoso, che nel 1474 commissionó il misterioso affresco della Pieve; è guelfa l'attribuzione a S. Pietro, il Santo presso la cui tomba è stata costruita la più famosa tra le chiese di Roma, la città del Papa (che, per buona parte del Medioevo, fu il capo dei guelfi in Italia); sono guelfi i Bianchi e le altre famiglie che abitavano al di qua del fossato che ora è stato coperto da via Giacometti, e che nel Medioevo separava, a Novi Ligure, i guelfi dai ghibellini. Vi invito a usare "La Novi di parte guelfa" come una "guida scritta" durante una vostra visita, per scoprire le storie che stanno dietro a ciò che, in quel momento, state osservando.
Se lei dovesse scegliere un monumento, una via o una piazza in particolare a Novi da far visitare e che l'ha colpita di più, quale sceglierebbe? E perchè?
In "parte guelfa", sceglierei la Pieve e il suo misterioso affresco del 1474, che contiene una serie di messaggi in codice dei quali, grazie ai documenti scoperti dallo storico Italo Cammarata, nel libro ho potuto offrire la chiave di lettura. Considerando l'intera città, scelgo senza dubbio la Chiesa Collegiata e la piazza che le sta di fronte: nel giro di poche centinaia di metri quadrati si passa dal Medioevo al Barocco, dalla fede (la chiesa) alla scienza (la meridiana quadrupla), e si incontrano edifici antichi ognuno dei quali ha la propria storia da raccontare. Per questo la Chiesa Collegiata sarà l'argomento del mio prossimo libro.
Quando uscirà il nuovo libro sulla Chiesa Collegiata?
Spero presto, di sicuro entro il 2022.
Lei sta collaborando con il nostro Istituto per il progetto di valorizzazione del territorio. Cosa l'ha spinta a dedicare il suo tempo a noi ragazzi?
Quando si trovano persone in gamba come voi, che hanno deciso di dedicare tempo ed energie per far conoscere il bello e il buono della terra che amo e in cui vivo, è un piacere mettersi a loro disposizione. In più, sono arrivato quel "mezzo del cammin di nostra vita" di cui parlava Dante, ed è quindi il momento di passare il testimone.
Lisa Muttillo
Classe 5^C
Iniziamo con delle pillole di storia: le lezioni dell'ing. Scotto viste dagli alunni.
Parte 1: Federico Barbarossa e le origini del territorio novese
Federico I Hohenstaufen, meglio noto come Federico Barbarossa, è stato imperatore del Sacro Romano Impero e re d'Italia. Salì al trono di Germania il 4 marzo 1152, succedendo allo zio Corrado III, e fu incoronato imperatore nella primavera del 18 giugno 1155 a Pavia. Ma per quale motivo Federico I di Hohenstaufen, detto "il Barbarossa" si interessò al nostro territorio, e fu così presente qui, da noi? Uno dei principali motivi fu quella della presenza di vie di comunicazione che collegavano il porto di Genova, uno dei più attivi e grande del Mediterraneo, con la via d’acqua caratterizzata dal Po e dai suoi affluenti. Altro motivo era dato dal fatto che vi erano legami familiari tra Federico I .Barbarossa e il marchese Guglielmo di Parodi (figlio di Alberto Zeuta Marchese di Parodi) ,essi infatti erano cugini di II grado. Prima di lui Genova era la padrona di questo territorio, anche se le autonomie locali come quelle del Marchese di Gavi e di Parodi erano state conservate; ma questo fino ad un certo periodo, perché quando Alberto Marchese di Parodi venne catturato dai signori di Castelletto, Matilde,moglie di Alberto e figlia di Rainero Marchese del Monferrato, invece di negoziare direttamente con i rapitori o chiedere aiuto al padre si rivolse ai Genovesi. Questo fa capire che Genova era dietro a questa vicenda, che era un modo per convincere i Marchesi di Parodi a entrare nella compagnia, quindi in qualche maniera ad integrarsi con il sistema di potere che il comune Genovese stava imponendo anche al di qua dell’appennino. Nel 1154 arriva Barbarossa in Italia per la prima volta, dove l’anno successivo, nel 1155, mentre si recava a Roma per essere incoronato imperatore di Roma, assediò e distrusse Tortona, alleata della città di Milano. Così, nel Maggio del 1155, i soccorsi milanesi arrivarono a Tortona, e riuscirono a respingere i pavesi e permisero, con la loro presenza militare, ai tortonesi di riaparare i danni alle fortificazioni. Il 25 Marzo del 1162, Milano venne distrutta. Con la distruzione di Milano, nel 1163, venne vietato ai tortonesi la ricostruzione delle fortificazioni. Nel 1164, Federico Barbarossa conferma a Pavia tutti i suoi possedimenti, tra cui i diritti su Novi e su molti luoghi del nostro territorio. Nel 1166 Guglielmo Marchese di Monferrato e Guglielmo Marchese di Parodi, assediano il castello di Parodi, all’epoca di proprietà dei Genovesi, sottraendola dunque ai Genovesi. Il castello è conquistato dai Marchesi alleati con l’assenso del Barbarossa. Nel 1168, il Barbarossa si vede costretto ad abbandonare l’Italia, sconfitto dalla peste, tornando così in Germania.
Arias Guaranda Steven Andres
Classe 5^ C
Informazioni tratte dal Corso di Base di Storia del Territorio - edizione 2019 (digitalizzata anno 2020), a cura di CISL (zona di Novi Ligure) e dell'Associazione "FormaCivicaNovi". RELATORE ANDREA SCOTTO.
Le lezioni dell'ing. Scotto viste dagli alunni.
Parte 2: il ritorno del Barbarossa
Il Barbarossa, dopo essere stato sconfitto dal flagello della peste (che nell'estate del 1167 distrusse il suo esercito quando egli aveva appena conquistato Roma), tornò in Italia nell'autunno del 1174 per riaffermare la propria autorità con le armi: ma la Lega Lombarda non era rimasta con le mani in mano. Dopo la fuga del Barbarossa, i comuni italiani si rialzano: Milano venne ricostruita e venne fortificata, e si arriva anche alla costruzione di Alessandria. Nel 1168 i Consoli di Alessandria chiedono ai Genovesi, un aiuto in denaro per la costruzione della città di Alessandria. I Genovesi diedero loro questo aiuto in denaro ed avrebbero aspettato di prendere i restanti mille dai consoli entrati. Questo evento non è però presente negli archivi Genovesi, è ricordato solo negli annali. Nel 1171, i Marchesi Guglielmo e Rainero, donarono al comune di Genova, il castello di Parodi. Essi però restituirono quasi immediatamente il castello ai Marchesi ma a titolo di feudo. I Genovesi fecero giurare agli abitanti di Parodi di aiutarli contro i Marchesi Guglielmo e Rainero in caso di ribellione. Nel 1172, i Marchesi di Gavi e i Marchesi del Bosco, “stipendiati” dai genovesi, vanno contro Opizzo e Morello Malaspina. Il 15 Agosto, a Gavi, i sindaci e procuratori del Comune di Alessandria convennero con Alberto Marchese di Gavi, e con Giovanni, Guglielmo e Manfredo (suoi figli) giurano fedeltà a nome del comune, ai Marchesi di Gavi, fatta salva la fedeltà dell’Imperatore. Nel 1174, Federico I Barbarossa torna in Italia e ripercorre la strada che lo aveva reso potente in passato. Susa, dove lui si vide costretto ed umiliato dagli ostaggi italiani, venne data alle fiamme; Asti si arrende senza combattere. Alessandria, costruita da poco e quindi con scarse difese, contro ogni previsione costringe il Barbarossa per un intero inverno (dal 1174 al 1175) ad assediarla. Federico non può nominare Alessandria questa città, nome che deriva da Papa Alessandro III, suo grande nemico; nominandola quindi sede di Rovereto. Alessandria riesce a resistere all’assedio imperiale costringendo, nella primavera del 1175, il Barbarossa a ritirarsi e a dirigersi verso Pavia. Nel 1176 i rettori della Lega Lombarda si accordano per la difesa di Alessandria, perché pensano che il Barbarossa venendo dalla Germania, sarebbe tornato a regolare i conti. Ma questo non accade, dal momento che Federico venne sconfitto a Legnano. A questo punto Federico, persa la guerra, cerca di vincere la pace; così nel 1777, Federico stipula la pace con Tortona.
Arias Guaranda Steven Andres
Classe 5^ C
Informazioni tratte dal Corso di Base di Storia del Territorio - edizione 2019 (digitalizzata anno 2020), a cura di CISL (zona di Novi Ligure) e dell'Associazione "FormaCivicaNovi". RELATORE ANDREA SCOTTO.
Le lezioni dell'ing. Scotto viste dagli alunni.
Parte 3
Quando Alessandria cambiò nome, e perché? Quale ricordo è rimasto, nelle nostre valli appenniniche, dell'attività dei Sacri e Romani Imperatori Federico I, Federico II ed Enrico VII?
La pace stipulata tra Federico e la Lega Lombarda durò 6 anni. I comuni Lombardi, nonostante si sia stipulata la pace, avevano l’intenzione di smantellare Alessandria; ma gli alessandrini non ci stanno, dopo aver resistito al grande Federico Barbarossa, e per questo motivo nel 1179 pubblicano le proprie consuetudini. Ma cosa sono queste Consuetudini? Sono delle norme giuridiche, eccezioni rispetto al diritto romano che era la legge comunemente vigente nei territori dell’Impero, compreso quello di Alessandria; queste eccezioni sono tipiche di una comunità, e quindi pubblicare delle consuetudini significa, per gli alessandrini, un atto politico simile ad una dichiarazione di indipendenza. Però non basta pubblicare queste consuetudine perché vengano riconosciute a livello universale, infatti ci voleva il riconoscimento del papato o dell'impero. Nel 1183 i Consoli della città, potranno amministrare la Giustizia e difendere le buone consuetudini. Quindi si ha un autorità politica imminente, papato o impero, che da ai consoli questo potere; infatti quello che concede il diritto di potersi avvalere delle proprie consuetudini, è Federico Barbarossa, perché alla fine del quinquennio del trattato di pace non si è ancora arrivati a definire un vero e proprio trattato di pace, e questo punto Federico fa con Alessandria quello che ha fatto 5 anni prima con Tortona, ovvero farla passare dalla sua parte, per poter fare capire ai Lombardi che era il momento di venire a patti con lui. Avviene una vera e propria rifondazione della città, con Alessandria che cambia nome, perché non sarà più una città del papa Alessandro III (da questo il nome di Alessandria) ma si chiamerà Cesarea, ovvero la città dell’ Imperatore Cesare. Nel 1185, Federico I Barbarossa ordinò ai marchesi di Gavi di restituire il bottino che essi, insieme agli uomini i Gavi, fecero ai danni degli uomini di Tortona lungo la strada di Valle Scrivia. Inoltre ordinò, tanto ai Tortonesi quanto ai marchesi di Gavi, di permettere ai mercanti d’Italia di viaggiare lungo qualsiasi strada che porti a Gavi e lungo le strade di Valle Scrivia, senza che venga fatto nessun atto di violenza nei loro confronti. Nel 1185 Federico concede un diploma in castro Gavie. Federico I Barbarossa muore nel 1190, attraversando il Fiume Saleph in Cilicia , durante la III Crociata, e suo figlio Enrico VI cede i diritti imperiali i Gavi, a Genova nel 1191. A questo punto i conflitti tra Gavi, i suoi marchesi e Genova si fa sempre più vivo, tanto che nel 1197,quando muore l’imperatore Enrico VI e soprattutto dopo la morte della moglie, Madre di Federico II, abbiamo la resa dei conti; 17 giugno 1198, abbiamo la battaglia di Tassara, dove l’esercito alleato Tortona, marchesi di Malaspina e Marchesi di Gavi, combatte contro i Genovesi dall’alba al tramonto. Alla fine i Genovesi inseguono l’esercito alleato fino alla Crenna, e quindi sono i Genovesi prendere d’assalto il Castello della Tassara ed a distruggerlo, e con questo evento si ebbe fine al marchesato; infatti nel 1202 si ebbe la fine del Marchesato di Gavi, infatti i Marchesi di Gavi cedono a Genova il possesso di Gavi e delle sue dipendenze. Il 27 settembre del 1202 in Alessandria, i Marchesi di Gavi comunicano agli Alessandrini di aver trasferito nelle mani dei Genovesi, l’obbligo di prestare giuramento di fedeltà a loro dovuto. Nel periodo successivo, i rapporti tra Genova ed Alessandria fu cordiale, sino al 1224 e fino al 1229, in cui scoppiò una guerra, per definire le reciproche sfere d’influenza. Sembra così che gli sforzi del Barbarossa siano stati inutili, invece non fu così: il Barbarossa nel 1175 fece una concessione alla famiglia Spinola, ovvero quella dei Feudi Imperiali. Infatti il Barbarossa nel 1176 concede i castelli di Vergalli, Mongiardino e Carrega in Val Borbera, e di San Cristoforo, agli Spinola. Concessione confermata successivamente da Federico II nel 1237, e successivamente confermata ancora da Enrico VII nel 1312; però a questo punto Enrico VII è molto più debole di Federico II, e già nel 1312 è costretto a riconoscere il possesso del castello di Cassano agli Spinola come Feudo Imperiale. Nel 1313 Enrico VII concede ad Opizzino Spinola di Luccoli, uno dei suoi sostenitori della politica italiana, una serie di castelli che è molto più ampia, infatti abbiamo: Serravalle, Arquata, Stazzano, Pasturana, Castelletto D’Orba, San Cristoforo, Cremonte, il Castello di Borgo Fornari e la Grangia di Bisio. Così il dominio degli Spinola si estese su tutta la rete di vie principali, vie che avrebbero permesso lo sviluppo dei commerci di Genova, verso il nord. Questa struttura dei feudi Imperiali durerà fino all’età Napoleonica, fino al 1796.
Arias Guaranda Steven Andres
Classe 5^ C
Informazioni tratte dal Corso di Base di Storia del Territorio - edizione 2019 (digitalizzata anno 2020), a cura di CISL (zona di Novi Ligure) e dell'Associazione "FormaCivicaNovi". RELATORE ANDREA SCOTTO.
Novi e i suoi palazzi: palazzo Durazzo
In Novi possiamo trovare interessanti palazzi antichi. Tra questi palazzo Durazzo, che abbiamo presentato in occasione dei festeggiamenti del bicentenario della Battaglia di Novi ed in occasione di Chiese aperte
Palazzo Durazzo fu costruito alla fine del XVIII secolo da Marcello Ignazio Durazzo, esponente di una delle più importanti famiglie nobili genovesi. In Novi troviamo molti palazzi genovesi, in quanto Novi era un punto molto importante per i traffici da e per Genova ed a Novi, per circa 70 anni, dal 1622 al 1692, si tennero le importantissime fiere di cambio.
Il palazzo si affaccia su piazza Dellepiane. Il portone è decorato con marmo, e questa è una particolarità in quanto la maggior parte dei palazzi novesi del periodo aveva decorazioni in ardesia, una pietra molto meno resistente agli agenti atmosferici.
Dall'atrio, sulla sinistra si accede, attraverso uno scalone, al piano nobile. L'attuale proprietario, con un'attenta opera di restauro, ha ripristinato le antiche decorazioni settecentesche, che erano nascoste da affreschi dell'800.
Interessanti sono le cornici monocrome che abbelliscono le porte e che avevano la funzione di incorniciare i quadri. Possiamo ammirare anche due pitture murali che rappresentano scene tratte dalla genesi e che sono opera di un pittore originario della Val Borbera e protetto dai Durazzo. Nel palazzo abbiamo anche la stanza dove, dopo essere stato ferito nella battaglia del 15 agosto del 1799 morì il generale Jobert. Si dice che morì con lo sguardo rivolto verso il bel giardino del palazzo, che è una vera e propria scoperta. Il palazzo, infatti, attraverso un'ala costruita appositamente ed una galleria che sorge sopra un ponte che unisce il complesso alla collina del castello, nasconde un meraviglioso giardino interno.
Il giardino, costruito a terrazzamenti, e presenta un ninfeo ed una scala a tenaglia che permette di raggiungere una nicchia decorata con una statua dell'epoca.
La cura con cui il proprietario sta restaurando il palazzo e lo decora con mobili ed oggetti dell'epoca sono ammirevoli.
Tra queste mura sembra proprio di fare un salto nel passato e vi consigliamo, nelle giornate di apertura, di visitarlo.
Giulia Bisio, classe 5^C
Ringrazio il proprietario del palazzo, Ferdinando Soldani, che ci ha permesso di visitare il palazzo e che ci ha illustrato le sue stanze e la dottoressa Daniela Barbieri che ci ha fornito utili schede e che ci ha dedicato un po' del suo tempo
Le fotografie sono state scattate da noi studenti in occasione della Festa della Moneta di Novi, in cui abbiamo fatto da guida nel palazzo
Ed ora parliamo dei castelli
Il castello di Novi: la torre e i sotterranei
Per primo vogliamo presentarvi il Castello di Novi, non solo perchè Novi è la nostra città, ma perchè è la sede di molte delle nostre attività di Pcto in collaborazione con la Pro Loco Parco Castello.
Il Parco del castello è infatti il luogo ideale per ospitare eventi come la festa di Halloween e soprattutto eventi estivi, che permettono di godere della frescura del Parco. Quest'anno poi, vista l'emergenza Covid, ha ospitato i ristoratori locali per cene all'aperto, nel rispetto delle normativa
Il Castello si trova su un'altura nel centro storico della città.
Fu costruito da Federico Barbarossa con un recinto a pianta irregolare con la torre quadrata alta 30 metri, una bellissima costruzione al centro di un ampio parco dal quale si domina la città.
La prima immagine del castello risale al 1594 e, si tratta di un disegno schematico che riproduce una torre coronata da merli ghibellini, che caratterizzava i feudi e i comuni fedeli all'imperatore, e una cinta muraria.
Purtroppo il castello è stato demolito, i fossati sono stati riempiti e rimangono solo la torre, alcuni tratti delle mura di cinta che delimitano il parco castello e i sotterranei, i quali nascondono una sorpresa.
Infatti, i sotterranei di Novi portavano l’acqua al centro città. Le gallerie dei sotterranei vennero utilizzate, a partire dal 1820, come acquedotto civico.
I sotterranei hanno una larghezza fissa di 2 metri e l’altezza varia da 1,30 a 2 m. Sotto la collina del castello sono presenti due grandi cisterne: una più antica circolare e una con una forma a zig-zag. Questa particolare forma è dovuta al fatto che i novesi pensavano che mettendo l’acqua nella cisterna, questa, scorrendo più lentamente, si sarebbe scaldata grazie al calore del sole. Ovviamente non ebbero l’effetto desiderato perché i sotterranei sono troppo sotto la collina per far sì che l’acqua diventi calda.
L’altra cisterna è particolare per la presenza di 2 tubi: uno per raccogliere l’acqua dalla collina e l’altro serviva per prendere l’acqua e depurarla.
Nella cisterna è possibile vedere dei filtri che venivano utilizzati per purificare l’acqua. All’entrata c’è un muretto che serviva per controllare l'afflusso dell'acqua: una volta superato quel muretto l’acqua andava nella fontana.
I novesi infatti raccoglievano l’acqua dalla sorgente e facendola scorrere sotto le gallerie, facevano sì che l'acqua raggiungesse tutte le fontane e fontanelle pubbliche della nostra zona, fino al convento dei Cappuccini che si trovava sulla strada per Alessandria (oggi Viale Saffi ).
La prima, e più importante, è quella che viene chiamata la "fontana del sale", in piazza della Collegiata. La fontana del sale è chiamata così per un evento accaduto nel 1814. In in quel tempo il sale era un bene prezioso. Durante il mese di marzo Napoleone fu sconfitto dagli austriaci e gli inglesi sbarcarono a Genova dove avanzarono verso Novi. I francesi, asserragliati nel forte di Gavi, chiesero più volte la consegna di sale a Novi, ma i novesi resitettero e lo conservarono con molte difificoltà. Non per molto, però, perchè poco dopo venne confiscato dagli inglesi.
Anni dopo un commissario inglese venne ricevuto dal consiglio comunale di Novi dove si scusò e pagò tutto il sale rubato, e con i soldi ricevuti fu costruita la fontana, chiamata appunto la fontana del sale. Potete vedere questa fontana nella nostra splendida piazza della Collegiata, di cui troverete altri cenni in queste pagine perchè ricca di sorprese. Dalla piazza parte la salita che vi porta al Parco Castello.
Rabab El Amraoui
classe 4^C
Si ringraziano per le informazioni il Presidente dell'Associazione Pro Loco Parco Castello, Marco Barbagelata e l'ex alunna Sanda Maria Caia.
Le foto sono di produzione autonoma.
Il castello di Tassarolo: oltre alla storia la gola.
Nel castello di Tassarolo, di antichissime origini, si produce vino biologico con la possibilità di degustazioni
Situato a pochi chilometri da Serravalle Scrivia possiamo trovare l’imponente Castello di Tassarolo.
Da secoli appartiene a una delle famiglie più antiche d’Europa, gli Spinola. Ovviamente non era l’unica fortezza che la famiglia possedeva, infatti lo il territorio governato dalla famiglia si estendeva da Genova fino alle nostre zone.
Per la popolazione, il Castello di Tassarolo è stato un importante punto di riferimento. Veniva considerato una zecca poichè gli Spinola essendo una faomiglia di banchieri che controllava le tasse e i commerci, qui hanno battuto la moneta per numerosi secoli. Ma oltre a questo, come si può leggere negli Archivi di Stato di Vienna al castello veniva prodotto un vino buono insieme a formaggi e pane di qualsiasi tipo e a fieno e carne di ottima qualità.
Nonostante passi il tempo, nella famiglia Spinola la tradizione vinicola è presente ancora oggi. Questo ha permesso la nascita di una azienda vinicola parecchio innovativa. Oggi è situata a circa 1km dalla fortezza e anch’essa porta il nome di “Castello di Tassarolo”.
Non si tratta di una classica azienda che produce vino, bensì di un’azienda vinicola biodinamica.
Con la produzione di vini biologici con solfiti o senza, vuole mettersi al servizio della società mettendo a disposizione un prodotto pulito che oltre a rispettare la natura, rispetta anche il corpo umano.
Uno dei fili conduttori dell’azienda è la sua filosofia incentrata sul rispetto massimo della natura, dei clienti e dei loro collaboratori, poiché la distribuzione dei prodotti è indirizzata nel mercato biologico e nei privati.
Con lo scopo di avvicinarsi alla natura, il Castello di Tassarolo offre ai suoi clienti diversi tour di degustazioni dove si possono assaporare vini premiati e constatare la qualità e la differenza tra vini con solfiti e vini senza solfiti.
Inoltre la famiglia Spinola permette di affittare la fortezza per eventi importanti come matrimoni, congressi e molto altro.
Il sito è parecchio completo perché oltre a offrire informazioni riguardo all’azienda e alla storia del castello, dà la possibilità di acquistare online i vini da loro prodotti e può essere visualizzato anche in lingua inglese o russa.
Giulia Traverso
Classe 4^C
Si ringrazia Massimiliana Spinola per le informazioni
Ulteriori informazioni sono state tratte dal sito www.castelloditassarolo.it da cui sono anche state tratte le fotografie
IL CASTELLO DI POZZOLO FORMIGARO
LA STORIA
Il Castello di Pozzolo Formigaro ha origini molto antiche. Nel 1092 i Tortonesi, per difendersi dagli attacchi dei Marchesi del Bosco, edificarono sulla sommità di una terrazza alluvionale il castrum, una torre fortificata e circondata da un fossato, che rappresentò un valido baluardo contro le invasioni e l’espansionismo di Genova. Nel 1155,dopo la distruzione di Tortona da parte del Barbarossa, anche il castello di Pozzolo venne espugnato, ma fu poi successivamente riconquistato da Obizzo Malaspina con l’aiuto dei Milanesi, e quindi restituito a Tortona. Nei decenni successivi,più precisamente intorno alla prima metà del XIV secolo, l’edificio passò sotto i Visconti che fortificarono il Borgo ed il castello. Iniziarono così le prime trasformazioni a carattere architettonico:l’antico castrum divenne un impianto difensivo quadrangolare, con un grande torrione al centro,il tutto circondato da spesse mura, fossati e torri. Successivamente, nel 1426, con l’infeudazione da parte di Filippo Maria Visconti ad Antonio de Capitani, il castello di Pozzolo subì altre trasformazioni:accanto al torrione vennero edificate una struttura rettangolare (Palazzotto), munita di un pozzo, una cantina e una stalla. Nel 1450, Francesco Sforza, signore di Milano e padrone di Pozzolo,assegnò la fortezza a Giovanni Noce,con il compito di difenderla dagli attacchi dei Monferrini. Con scarsi risultati, poiché il castello fu conquistato dal Marchese del Monferrato. Tuttavia il dominio monferrino non durò a lungo, poiché, solo qualche anno più tardi, Francesco Sforza mandò un imponente esercito guidato da Bartolomeo Colleoni a riconquistare il maniero perduto. Il castello subì danni causati dalle nuove armi d’artiglieria impiegate nella battaglia, ma venne riconquistato e ricostruito, proprio dallo stesso Colleoni. Questi non solo dovette lottare ogni giorno per racimolare la manodopera, ma addirittura fu costretto a pagare di tasca propria! Venne così innalzata un’imponente e robusta fortezza rispondente alle mutate esigenze dei tempi. Contemporaneamente Giovanni Noce venne processato e condannato a morte con l’accusa di tradimento. Nel 1527, come già ricordato,il feudo di Pozzolo fu acquistato da Domenico Sauli. Proprio a quest’ultimo si deve la costruzione dell’ala signorile rinascimentale dietro il palazzo. Quando la famiglia Sauli si estinse, il castello e i beni allodiali passarono ai Morando, gli ultimi signori di Pozzolo, che poco incisero sull’architettura del castello. I loro interventi furono esclusivamente volti al miglioramento delle strutture atte alla conduzione delle diverse cascine. L’ultimo proprietario del castello di Pozzolo Formigaro fu l’avvocato Gian Battista Oddini, morto nel 1918, che lasciò il maniero in eredità al Comune di Pozzolo.
LA STRUTTURA DI IERI: Un tempo, era munito di ponte levatoio e postierla: sono ancora intatte le feritoie per i bolzoni. Anticamente il mastio era isolato dagli altri corpi di fabbrica. L'arco posteriore, che dà accesso al cortile, era protetto da una poderosa grata di ferro. La botola al centro del voltone serviva ai difensori per salire, con scale retrattili, ai piani superiori, dopo aver alzato il ponte levatoio carraio e quello pedonale, e dopo aver calato la saracinesca; poteva avere anche la funzione di trabocchetto. La torre, un po' arretrata rispetto al filo degli spalti è ruotata leggermente in senso antiorario. Dietro ai merli correva il camminamento di ronda, provvisto di caditoie su beccatelli. Un tempo solamente una passerella, pensile e retrattile, consentiva il passaggio dal mastio al corpo di fabbrica centrale. In seguito fu aggiunto un corridoio di disimpegno; rimaneggiamento che ha sacrificato la cortina merlata e la scala esterna che portava dal "cortile d'onore" al piano nobile. L'ala signorile seicentesca dietro il palazzo fu aggiunta dai Sauli.
LA STRUTTURA DI OGGI: Visto frontalmente dalla piazza antistante si possono osservare: la torre merlata sforzesca, in angolo a sinistra, il mastio sforzesco con torrione, a destra, uniti da porzioni più recenti da parte dei Sauli, dietro cui si trova la parte più antica viscontea, decorata con una fascia a denti di sega tipica del trecento, visibile dal cortile (simile ai castelli di Vigevano e di Gropello Cairoli). Dal cortile si può anche osservare la parte di palazzo costruita ad angolo retto, sempre dai Sauli, insieme al cortile sopraelevato. Sul fronte si vedono i segni del fossato munito di ponte levatoio e di una pusterla, un passaggio pedonale di cui si scorgono ancora le feritoie. Molto interessanti sono le due sale delle cantine del castello, presenti nella parte più antica e dalla cui estremità si scendeva ad una galleria utilizzata come via di fuga, dove oggi è allestita la ricostruzione di una tomba romana rinvenuta nelle campagne pozzolesi.
ANALISI ARCHITETTONICA DEL CASTELLO:
Nulla rimane del castrum, infatti la rocca che possiamo ammirare oggi, è in parte la conseguenza della ricostruzione voluta da Francesco Sforza nel 1452-1453. Questa può essere suddivisa in quattro corpi:
- Una torre merlata sforzesca ad ovest;
- Il mastio sforzesco con torrione;
- Un edificio interno di forma rettangolare cioè il palazzotto visconteo;
- Un edificio costruito dai Sauli che si salda ad angolo retto con la precedente costruzione.
L’intera fortificazione, a pianta quadrangolare, era difesa esternamente da fossati e da torri che si univano alle mura del Borgo; oggi rimane solo un tratto del muro originale e una torretta-guardiola, collocate all’estrema sinistra della facciata principale, mentre, delle antiche torri che si ergevano nella parte orientale, resta quella che si affaccia sull’orto della chiesa di San Martino. Durante l’imponente fase di ricostruzione vennero anche aggiunte feritoie, cannoniere e caditoie per ostacolare i nemici durante gli assalti alla fortezza. :
- La Torre angolare ad occidente fu costruita in epoca sforzesca, come si può facilmente desumere dall’analisi dei mattoni uguali per forma e colore a quelli del mastio.
- Il Mastio, anch’esso costruito nel 1452, era situato internamente alla cerchia di mura del Borgo e, quindi, isolato dalle restanti parti della rocca. Per raggiungere il palazzotto vi era una passerella, che venne sostituita circa un secolo più tardi (1527) da un corridoio di disimpegno. Al mastio è addossato un grande torrione, che spicca in tutta la sua imponente maestosità. Proprio per la sua superiore altezza rispetto al resto della costruzione, esso rappresenta il fulcro dell’intero sistema difensivo,pur rimanendo, per la sua posizione arretrata, al coperto dal fuoco dei nemici. La rocca fu munita di un ponte levatoio e di una pusterla, ossia un passaggio pedonale, di cui sono ancora visibili, nella facciata frontale, le scanalature destinate a ricevere i bolzoni. L’arco posteriore della porta carraia, che dà accesso al cortile era protetto da una poderosa grata di ferro, ancora ben visibile, mentre la botola posta al centro del voltone d’ingresso serviva sia per avere accesso al piano superiore, sia, in caso di necessità, come trabocchetto. Tutte queste realizzazioni servivano essenzialmente a rendere il mastio una roccaforte inespugnabile e un ottimo rifugio per il feudatario. Oggi tale locale è adibito ad ufficio del sindaco. Alle pareti troviamo appesi alcuni quadri tra i quali una veduta del castello, l’immagine del canonico e storico Giuseppe Bottazzi, Il ritratto del Marchese Giovanni Battista Morando e in una teca di vetro la Madonna lignea della chiesa delle Ghiare, risalente probabilmente al Quattrocento. Dobbiamo infine ricordare la biblioteca iniziata dai Sauli e completata dai Morando. Il fondo librario, oltre ad avere un nucleo manoscritto, è composto di opere di varia natura tra cui gli Statuti della Repubblica di Genova, stampati nel 1673 ed appartenuti a Sforza Francesco Sauli. I Marchesi Morando arricchirono il probabile originario nucleo librario dei Sauli con opere che rispecchiano il mondo culturale del ‘700 europeo e dell’epoca napoleonica. Sulla facciata del mastio, in una nicchia, è possibile osservare la copia di una Madonna con Bambino restaurata dal dottor Axel Nielsen. La statua originale sarà posizionata all’interno del castello.
3. Il Palazzotto comprende oggi su piani diversi i due saloni che ospitano rispettivamente la biblioteca comunale e il salone consiliare dove sono stati posti gli affreschi della scuola dei Boxilio. L’edificio esternamente è provvisto di merlatura e decorato con una fascia a denti di sega tipica del tardo trecento, propria di molti castelli viscontei quali, ad esempio, Vigevano e Gropello Cairoli. Al primo piano vi era la dimora del feudatario, e vi si accedeva tramite una scala esterna, mentre il piano terreno era probabilmente riservato alle esigenze logistiche del corpo di guardia. La porta del palazzotto che si affaccia sul cortile presenta sull’architrave una lunetta con lo stemma nobiliare dei Sauli, l’aquila. Nel corridoio che unisce l’attuale salone del sindaco con gli uffici comunali possiamo osservare un quadro rappresentante la fondazione della Società Operaia Femminile ed un quadro di San Bovo recentemente restaurato. I locali sotterranei (cantine) sono presenti solamente sotto le parti più antiche della fortezza, più precisamente sotto i locali che oggi ospitano la biblioteca, la sala consiliare,l’ufficio anagrafe, la Pro Loco e il patronato dei sindacati. La prima sala, grande circa 80 mq. si pensava fosse in antichità una stalla,dato il pavimento in pendenza munito di scarico d’acqua. Dal fondo di questo locale si accede ad una seconda sala, di poco più piccola, coperta da una volta a botte. All’estremità di essa, a destra, si apriva un piccolo ambiente, oggi occupato dal vano ascensore. Sul fondo, un’altra apertura permetteva la discesa in una galleria , probabilmente utilizzata come via di fuga. Secondo la tradizione popolare tale galleria collegava il castello alla canonica di San Martino. Un reperto di grande interesse storico presente nelle cantine del castello è la tomba romana, trovata nei pressi della via Emilia Scauri. La sua forma quadrata e la povertà dei materiali (per lo più mattoni e argilla), fanno pensare che fosse il sepolcro di un popolano.
4. L’aggiunta dell’ala ovest è opera della ricostruzione operata dai Sauli, quando divennero i nuovi proprietari del castello (1527). Tale costruzione, priva di locali sotterranei, si sviluppò su due piani che furono addossati al muro dell’originaria fortificazione del Borgo. Questa facciata è la più degradata, poiché i vari interventi apposti risultano frettolosi e non sempre ben riusciti. Questa parte oggi è interamente occupata dagli uffici comunali. Sempre ai Sauli è da attribuire la costruzione del cortile interno, che oggi appare rialzato e circondato da edifici residenziali e rustici.
ALL’INTERNO DEL CASTELLO:
possiamo trovare subito il cortile in cui in estate vengono organizzati numerosi eventi come feste,cene a tema, spettacoli teatrali e musicali.
Le foto qui riportate rappresentano il salone dentro al quale sono presenti opere artistiche come il ritratto di canococo Bottazzi, un ritratto del Marchese Morando e gli affreschi di Franceschino Boxilio, risalenti al XV secolo.
Inoltre all’interno del castello troviamo la biblioteca comunale e la cantina che oggi viene utilizzata dal coro della Chiesa come un luogo in cui poter provare, viene usata anche per feste,mostre e recite.
Elena Crepaldi
Classe 4^C
Ringrazio il comune di Pozzolo Formigaro per le informazioni fornite e le foto del salone.([email protected])
Ringrazio inoltre Pietro Giacomin dell'istituto Ciampini-Boccardo per le ulteriori informazioni ricevute.
Immagine iniziale del castello autoprodotta
La torre di Capriata, un ricordo del Castello che fu
Il Castello di Capriata era un Castello monoblocco con una torre più alta. Si tratta di una fortificazione di origine medievale.
Serviva, insieme a Gavi, come avamposto per difendere il territorio da Genova, Milano, Tortona e Alessandria.
Gli imponenti e visibili ruderi della torre del “Castel Vecchio”, sono i resti di una fortificazione già esistent ein epoca altomedievale.
Capriata è il punto di arrivo, in vista dell’Orba e della pianura, di quella catena di torri che , partendo da Parodi, in linea quasi retta attraverso la torre del Gazzo (oggi S. Cristoforo), Monte Colma, Albarola, proteggeva già in epoca carolingia le valli dell’Orba e del Lemme dalle sgradite sorprese provenienti dal mare (invasioni saracene) e dal nord, all’epoca dell’avanzata longobarda. Forse la sua fondazione va fatta risalire ai tempi bizantini
Del castello rimane comunque poco, tranne alcuni informi tratti di muraglia, la torre (anticamente mastio), alta e quadrata, massiccia anche come spessore di muraglie che restringono di molto la canna, secondo una tipologia tutt’altro che frequente nella zona.
Oggi in ristrutturazione e solo da poco di proprietà comunale.
Miruna Ciuclea
Classe 3^C
fonte : www.comune.capriatadorba.al.it
foto tratta da www.fondoambiente.it in quanto la torre è in ristrutturazione ed è impossibile fotografarla
Il Castello di Lerma
Un' attrazione molto importante e allo stesso tempo molto affascinante di Lerma è il Castello Medievale. Esso risale alla fine del XV secolo e conserva il suo ricetto e le sue mura. Venne costruito su uno pendio pieno di strapiombi. Il ricetto era sicuramente il luogo più sicuro del paese perché proteggeva le persone da omicidi e stupri. Interessante è la visita alla Pieve di S. Giovanni Battista, che troverete nel settore dedicato alle Chiese ed all'arte sacra.
Greta Grisanti
Classe 3^C
LA TORRE DI ARQUATA SCRIVIA, ULTIMO TESTIMONE DI UN CASTELLO DI GRANDE IMPORTANZA STRATEGICA
La Torre di Arquata Scrivia, era parte del castello, del quale sono ancora presenti pochi ruderi delle mura che la circondavano. Il castello di Arquata aveva una notevole importanza strategica, tanto che era conteso fra molte città, soprattutto da Genova e Tortona. Quando Tortona riuscì ad impadronirsi definitivamente del borgo di Arquata, nel 1244, si giunse a una condizione di stabilità: si ricostruì il castello con l’elevazione di una torre e un nuovo borgo alla base della collina, a ridosso dell’antica Via Postumia, il tutto cintato da mura di difesa. Col passare del tempo l’importanza strategica del castello con la sua torre viene sempre meno e pian piano viene abbandonato. Col trascorrere dei secoli, la torre è sempre più fatiscente, e il 29 ottobre 1933, un fulmine ne colpisce parte dell’angolo verso levante, scagliando grosse pietre a grande distanza. Oggi, alta circa 22 metri, è considerata il simbolo del paese, situata su un’altura che domina la valle.
La torre è databile alla metà del ‘200, datazione suffragata dal confronto con il Castello di Carretto di Cairo Montenotte, nella Val Bormida, che è infatti molto simile. L’analisi comparata dei due edifici ha inoltre permesso di ipotizzare una ricostruzione parziale di quello che era il Castello di Arquata. Le mura di recinzione di quest’ultimo, ormai ridotte a pochi metri di elevato, salivano fino ad una quota poco inferiore alla finestra della torre e culminavano con un camminamento aggettante all’interno. La sommità era merlata e, probabilmente, gli angoli Nord, Nord-Est e Nord-Ovest erano leggermente sopraelevati in modo da formare tre bertesche. Alla torre si accedeva tramite una finestra ancora oggi presente, mentre la quota dell’apertura si raggiungeva per mezzo di scale esterne e ponti sospesi collegati al camminamento di ronda delle mura. Dalla finestra sino alla sommità si procedeva attraverso scale interne. Nel XIX secolo, la torre si presentava seriamente danneggiata e minacciava di crollare. All’inizio del Novecento fu restaurata dall’Amministrazione Comunale: non furono ripristinati i merli sulla sommità e vennero tappate le buche pontaie, anche se entrambi gli elementi erano visibili nelle foto e nei dipinti dell’epoca. Un altro elemento caratteristico delle torri di quel periodo sono le pietre d’angolo lavorate a bugnato, alcune delle quali, in parte perdute durante il restauro, sono ancora leggibili nella parte più alta della muratura. All’interno del castello non erano previste strutture abitative, tutt’al più potevano essere contemplati dei semplici ripari per la guarnigione, addossati al perimetro difensivo. Gli elementi tutt’ora a disposizione non permettono di stabilire con certezza dove fosse l’accesso principale alla parte più esterna del castello (dongione), infatti le mura oggi esistenti non presentano, in effetti, alcuna apertura. Tuttavia, vi sono un paio di ipotesi: una feritoia, ancora visibile lungo il muro perimetrale, probabilmente ospitava il sistema di guida di un congegno per l’innalzamento di una grata, perciò, al di sotto, poteva trovarsi l’accesso principale. La seconda ipotesi riguarda un primo portale, visibile fino al 1648, che permetteva l’accesso ad una sorta di anticamera posta sullo spiazzo sul lato Nord-Ovest, la cui quota di calpestio originaria doveva essere di circa un metro più bassa dell’attuale; si può ipotizzare che da qui una rampa salisse di circa 3-4 metri e, attraverso un ponte levatoio, conducesse all’ingresso principale nella muratura opposta ad una quota corrispondente al piano su cui poggia la torre. La parete in questione è crollata da circa due secoli, perciò quest’ultima rimane una teoria nata dal confronto con il Castello di Carretto di Cairo Montenotte, il cui accesso aveva queste caratteristiche.
Giulia Bisio
classe 4^C
Fonti:
https://cicloturismo.piemonte.it/ita/la-torre-del-castello-di-arquata
Le fotografie sono state prodotte personalmente
Chi passa a Cremolino non può non visitare il Castello Malaspina
I castelli sono luoghi d’arte e di storia, spesso legati a leggende, che fanno parte delle nostre bellezze paesaggistiche. Nel nostro territorio uno di particolare bellezza e conservazione è il Castello Malaspina di Cremolino, di architettura ghibellina, situato su una rocca che domina le due valli dell’ovadese e dell’acquese.
Il visitatore che si reca a Cremolino resterà colpito dalla maestosità di questo edificio, attorniato da un borgo medievale situato all’interno di una cerchia di mura ancora intatte.
Attualmente a causa dell’emergenza Covid-19 il castello è chiuso ai visitatori, altrimenti è visitabile tutto l’anno su prenotazione per gruppi.
Intorno al 1260 Tommaso Malaspina, erede degli aleramici marchesi Del Bosco, si trasferì a Cremolino nella nuova fortezza al centro del borgo. Alla morte di Tommaso gli succedette il figlio; sotto la sua guida Cremolino diventò un luogo privilegiato del commercio della zona.
Nel 1460 un altro discendente, Isnardo Malaspina, fece fortificare il castello da una seconda cerchia di mura.
Nel 1500 la proprietà del castello passò ai Sauli e poi ai Centurione.
Nel 1713 il possesso ufficiale del Monferrato passò ai Savoia, ma il feudo di Cremolino rimase ai Doria fino al 1768 quando l’unica erede della famiglia, Maria Teresa, si sposò con un esponente dei Serra di Genova.
Fino al 1985 il castello restò di proprietà ai Serra e poi fu venduto alla “Immobiliare Malaspina”.
Attualmente è una proprietà privata, conservata attraverso opere di restauro.
Il castello, dall’alto della sua posizione, offre un dei più bei panorami dell’Alto Monferrato: colline, verdi vallate, campanili e chiese. Sorto come punto di difesa e di avvistamento, nonostante gli interventi di restauro e difensivi, ha mantenuto la sua impronta medievale e originale.
La parte più antica è risalente alla fine del XIII secolo circa, ma la struttura visibile oggi risale al periodo tra il XIV e XV secolo.
Il castello è un quadrilatero irregolare con ai lati quattro torri, di cui una di forma poligonale e con un massiccio torrione. Salendo attraverso l’antico borgo,situato intorno al castello all’interno della seconda cerchia di mura e passando il ponte levatoio, si entra nel parco, che circonda l’edificio con siepi, alberi, vialetti e aiuole fiorite, fino al cortile interno; l’architettura tipica del Medioevo, è composta da inferriate, mura e feritoie.
Vale la pena visitarlo per immergersi in un’atmosfera antica e medievale. Vi invito a leggere, nella sezione Chiese ed arte sacra, il mio articolo su Nostra Signora della Bruceta, anch'essa visitabile a Cremolino.
Gaia Dellachà
Classe 3^C
Le informazioni sono tratte dalle “Guide dell’Accademia Urbense”, “I castelli Aperti”, da “Storia e tradizione di Cremolino in acquerello”, articoli tratti dal giornale “L’Ancora”
Si ringrazia per la preziosa collaborazione il Consigliere comunale Sig. Fausto Lodi ed il Comune di Cremolino, la Parrocchia, l’Immobiliare Malaspina ed il Dott. Guido Sebastiano Zerbino, proprietario del Castello. Alcune foto sono state scattate da me.
Il castello di Morsasco
A pochi chilometri da Acqui Terme sorge maestoso il castello di Morsasco. La data di costruzione del castello primitivo non è nota. Ciò che sappiamo è che, a dar vita a Morsasco, nei primi anni del XIII° secolo, sono gli abitanti di Placiano, un insediamento celto-ligure posto su una collinetta prospiciente l’attuale borgo di Morsasco.
La tradizione tramanda che gli abitanti di Placiano avessero costruito, dove oggi sorge il castello, la prima torre con il ricetto dove la popolazione si rifugiava in caso di necessità. Ciò che sappiamo per certo è che, nei primi anni del XIII°, la popolazione di Placiano si trasferisce definitivamente nell’attuale Morsasco.
Signori del luogo sono gli Aleramici Marchesi Del Bosco. Agnese Del Bosco, nel 1223, sposa Federico Malaspina e porta in dote i feudi della sua famiglia, segnando la fine di quella che era stata una grande dinastia che presidiava il territorio appennico tra Piemonte e Liguria, colline attraversate da una fitta rete di vie del sale.
Il castello, quindi, passa ai Malaspina di Molare, poi di Cremolino e, nel XV secolo, Morsasco dà origine alla dinastia del Marchesi Malaspina di Morsasco che qui saranno i signori fino al 1521, quando Violante Malaspina porta in dote al conte trentino, Giovan Battista Lodron gli ultimi feudi dei Malaspina di Morasco: Morsasco, Orsara Bormida e Grognardo.
Colonello e diplomatico dell’imperatore Carlo V, Gian Battista Lodron ha un ruolo importante nella storia delle guerre del Monferrato negli anni dal 1520 al 1555. Scende più volte in Piemonte con le sue truppe, i famigerati Lanzichenechi che portano la peste; Giovan Battista Lodron è l’autore di molti assedi (Cassinelle, Tortona) e distruzione di castelli quali Fubine e Vignale Monferrato. Si segnala nelle guerre Smacaldiche, assedia Praga e partecipa a molte azioni di guerra per l’imperatore Carlo V. Ambasciatore per Carlo V a Venezia si distingue per la sua attività diplomatica. Successivamente alla morte di Violante sposa Bianca Caterina Stampa, donna legata agli Sforza di Milano. Nel 1555, Giovan Battista muore durante l’assedio di Casale Monferrato, lasciando eredi Alberigo e Ferrante, figli avuti da Violante. I due figli, in circostanze non note, muoiono senza lasciare eredi prima della fine del ‘500 e i signori del Monferrato, i Gonzaga, rimetteranno in camera ducale tutti i feudi dei Lodron di Morsasco.
Alla dinastia trentina si deve l’ampliamento cinquecentesco del castello, oggi ancora perfettamente leggibile: dove un tempo era il fossato che circondava l’edificio e la torre quadrata del 1200, costruiscono un nuovo corpo di fabbrica con il grande scalone che porta al piano nobile, addossano un altro dongione al precedente e aggiungono l’attuale torre rotonda.
I Gonzaga rivendono il feudo dei Lodron a Barnaba Centurione Scotto, ricco patrizio genovese che fa il suo ingresso come Marchese di Morsasco il 21 luglio 1599. Gli ampliamenti che portano il castello all’attuale conformazione avvengono nei primi anni del ‘700.
Infatti all’epoca, i Centurione fanno costruire una lunga e grande manica che corre parallela alla parrocchiale di San Bartolomeo e termina conglobando quella che è la torre più antica.
Al tempo viene costruita la Sala della Pallacorda, un campo da gioco lungo 25 metri e largo 9 metri che è oggi una delle sale meglio conservate per il gioco antenato del tennis. I Centurione Scotto saranno signori di Morsasco fino al 1916 quando Giulio Centurione Scotto, per ripagare i debiti di gioco, vende tutte le proprietà di Morsasco, alla nobile famiglia dei Pallavicino di Genova.
Al Marchese Domenico Pallavicino si deve l’ultimo grande restauro del castello, avvenuto tra il 1916 e il 1921, che abbatte anche l’antica bigattiera e filanda per la seta dove oggi si estende il parco del castello.
Attualmente la proprietà è di Aldo Cichero, noto architetto nautico, autore di alcuni dei più famosi motor yacht della nautica moderna.
Tra i visitatori illustri del castello si ricorda il passaggio di San Luigi Gonzaga.
Il giardino del castello è una terrazza panoramica sulle colline del Monferrato, sulla cerchia delle Alpi e sugli Appennini che guardano al mare.
La Galleria della Pallacorda è chiusa per lavori di restauro. Sono invece visitabili le prigioni del castello all’interno della torre principale. il castello si visita alle 11 e alle 15,30 il sabato e la domenica da marzo al 2 novembre. La visita prende avvio dalla porta d’accesso dell’antico ricetto prosegue nel giardino del castello per salire a visitare parte del piano nobile. Si prosegue nella torre duecentesca con le prigioni e si scende nell’ala padronale dell’antico dongione dove è allestita la mostra di arte contemporanea “No name. Storia di un collezionismo a parte.”
Si passa nei sotterranei e si prosegue nei granai dove è allestita una collezione di manodomestici del XIX-XX secolo e si conclude nella cantina con le grandi botti (15.000/20.000 litri). La visita è generalmente guidata dai proprietari.
Durante la stagione da aprile a fine ottobre calendario di concerti di musica classica e jazz realizzati in collaborazione con la Da Vinci publishing.
Lorenzo Nardo
Classe 4^ C
Estratto da www.castellodimorsasco.it
Storie di fantasmi al Castello di Montaldeo
Montaldeo è un piccolo paese del Piemonte situato sulle ultime pendici dell’appenino ligure adiacente alle vallate ovadesi. Nelle zone adiacenti al centro lo stesso è ricco di terreni da terrazzamento per la coltivazione di vigneti. Molto affascinate il paesaggio, il quale offre vaste distese di radura abbracciata da queste piccole stradine tortuose, quasi ad immaginare che tengano insieme la ricca flora. Il piccolo borgo ricorda quasi il famosissimo quadro di Vincent Van Gogh “La casa gialla” con quelle casette giallastre dove spicca quel verde olivastro delle persiane e gli enormi portoni in legno, ormai invecchiati dal sole e dal tempo...si il tempo che in questo paese sembra si fosse fermato nel 1960, dove dopo quell’anno il paese ha avuto un picco drastico di abitanti passando da 600 circa negli anni 60 ad oggi che ne fa pochi più di 200. Al contrario di questi anni la storia si fa differente tra il 1860 e il 1920 dove la crescita fu più costante ed esponenziale anno dopo anno.
La storia di questo paese non è solo legata ai vigneti al verde e gli abitanti, ma parte dove noi abbiamo conoscenza ovvero all’inizio del XIII secolo quando c’è la prima sicura menzione di Montaldeo quando si narra che la politica di Alessandria usò il paese per opporsi alle mire del Monferrato e successivamente, per contrastare l’opera di penetrazione verso la Pianura Padana.
IL CASTELLO Il castello di Montaldeo risale al 925; allora era sotto la giurisdizione dei marchesi di Gavi poi di quelli del Monferrato fin quando Francesco Sforza non lo conquistò per i duchi di Milano nel 1431. Ancora oggi svetta vistoso con tutta la sua storia e bellezza sul paese.
La cosa curiosa di questo castello e di ogni castello che si rispetti, sono le leggende e le storie di fantasmi che rende tutto ciò una fantastica storia da raccontare ai nipoti e ai nipoti dei nipoti per rendere il castello immortale nella storia. In particolare si narra la storia della presenza misteriosa di un fantasma… o forse più di uno.
Una prima presenza sarebbe legata alla famiglia Trotti che fu proprietaria del castello nel 1443, una famiglia Alessandrina famosa per “la strage dei Trotti” .
La leggenda popolare racconta che i componenti della famiglia Trotti, trucidati all’interno del castello, vaghino ancora per le stanze e i sotterranei del maniero o almeno il fantasma di Cristoforo Trotti, il crudele feudatario.
Però questa è la leggenda meno famosa o meglio meno raccontata. Con la famiglia Doria nasce la vera leggenda (o verità) del fantasma più famoso. Si narra, infatti, che il fantasma della monaca Costanza Gentile sia presente tuttora tra le mura dove si possono sentire le sue strazianti urla. Costanza era l’amante di Clemente Doria (raffigurato nel ritratto a seguito dell'articolo). Fu una storia d’amore un po' travagliata, finche un giorno Doria riuscì a portarla nel castello con la scusa di riportarla poi a Genova nel monastero, dove lei non arrivò mai. Fino a questo punto la storia d’amore, seppur clandestina, pareva giungere a un lieto fine: i due amanti segreti riuniti sotto lo stesso tetto. Però c’è sempre l’imprevisto. L’imprevisto arrivò una sera d’inverno, faceva freddo, un tempo molto uggioso, l’umidità e la bassa temperatura fece rincasare Doria e la sua scorta di quattro soldati prima del previsto, ma sull’uscio del portone non trovò nessuno ad accoglierlo. Decise allora di entrare al castello dal passaggio segreto, lo stesso che gli avrebbe permesso di scappare dalla sua camera da letto al di fuori delle mura. Al varco della porta Doria entrò di soppiatto per fare una sorpresa all’amante, ma a rimanere sorpreso fu lui perché quando entrò vide lei tra le braccia di un uomo a lui sconosciuto. Accecato dall’ira ordinò a due soldati della sua scorta di uccidere la donna e di murarne il cadavere (sembrerebbe nei sotterranei del castello dove si trovano le prigioni, con labirinti, scalette, trabocchetti e strumenti di tortura).
Nelle varianti della leggenda si afferma che, addirittura, fu murata viva e lì ne deriverebbero urla e pianti. Quindi, il Doria ripartì dal castello per non tornarvi mai più. Morì parecchi anni dopo, carico d’onori, ma lontano dalla patria.
Aurora Putzu,
classe 4^C
Informazioni e immagini tratte da www.accademiaurbanese.it e dalla lezione di storia locale tenuta dall'Ing. Andrea Scotto
ll Castello Gallwsio di Prasco
Il Castello di Prasco è un monumento che risulta essere presente in testi o documenti dal 1192, e si dice che appartenga da due secoli ai proprietari Gallesio-Piuma.
Il castello ha la struttura a pianta quadrangolare con tre torrioni ognuno accostato, la costruzione primaria è posta su un piano diviso in tre cortili e si eleva di circa otto metri sulla strada; la struttura è composta da una muratura mista di pietra e mattoni. All’interno possiamo trovare camere come la sala d'armi, la loggia della guardia, la sala delle udienze e la prigione, pensate per la funzione difensiva, di governo e di giurisdizione.
Nel parco, recintato da un muretto in mattoni e pietra interrotto da cancelli in ferro e inferriate, è stata posta una bellissima neviera del seicento. La particolarità della struttura è un esempio di architettura castellana del Monferrato.
Inoltre nelle sale del castello è allestito un piccolo museo culturale che colleziona antichi oggetti d'uso; lo scopo del museo è di documentare antiche metodologie, in particolare per quanto riguarda la produzione vinicola e l'apicoltura.
La dimora dei proprietari è la sede del Centro usata per la promozione degli studi su Giorgio Gallesio, ma anche come associazione culturale che organizza incontri, convegni e collabora persino con la comunità scientifica. Il Centro studi Gallesiani vuole mantenere viva la rilevanza del castello, poiché punto di riferimento per la promozione culturale, nato con lo scopo di favorire gli studi sulle opere di Giorgio, la sua ricerca e anche sui suoi studi sulla genetica vegetale e sulla scienza dei frutti.
Carlotta Conti, classe 3^C
Fonti: castlesintheworld.wordpress.com e www.monferratoexpo.it
Le piscine romane di corso Bagni ad Acqui Terme
Plinio il vecchio
“le acque sgorgano ovunque con abbondanza, da moltissime sorgenti, alcune fredde, altre calde, altre sia calde che fredde, come tra i Tarbelli, una tribù dell’aquitania e, a breve distanza, sui Pirenei; altre tiepide, altre freschissime, sono curative per le malattie ed apportando benefici soltanto agli uomini, tra tutti gli esseri viventi, accrescono il numero delle divinità, venerate con vari nomi, e danno origine a città come Pozzuoli in Campania, Acqui Terme in Liguria, Aquae Sextiae nella provincia Narbonese.”
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Arrivando ad Acqui Terme possiamo trovare una delle attrazioni principali della città.
Le terme romane erano degli edifici pubblici con degli impianti che oggi chiameremmo igienico-sanitari.
Le terme erano un luogo di socializzazione, di relax per uomini e donne che, in spazi ed orari separati, facevano il bagno completamente nudi.
Le terme erano delle strutture dotate di bagni caldi e piscine, in cui i cittadini Romani (intorno al I secolo d.C.) trascorrevano il loro tempo libero. Il riscaldamento era assicurato da un sistema di fornaci sotterranee (ipocaustum).
Esistevano due tipi di terme per due classi differenti,una più povera destinata alla popolazione minuta e una destinata ai ricchi, che erano dei veri e propri monumenti e piccole città all'interno della città.
Nelle prime l’entrata era gratuita o comunque a prezzi molto ridotti, poiché era uno degli svaghi preferiti dalla popolazione romana.
Le terme costituivano un punto d’incontro molto frequentato e gran parte del tempo era dedicato alle conversazioni. Attorno a questi spazi principali, si sviluppavano gli spazi accessori: l'apoditerio (spogliatoio), il sudatorio e il laconico (simili ad una sauna), il destrictorio (sala di pulizia), il ginnasio (una sorta di palestra).
All'interno delle terme più sontuose potevano trovare spazio anche piccoli teatri, biblioteche, sale di studio e addirittura negozi.
La grande piscina, i cui resti sono visitabili presso l’attuale Corso Bagni faceva parte di un vasto complesso termale risalente all’età imperiale romana che sorgeva in un quartiere periferico dell’antica Aquae Statiellae, lungo il percorso della Via Aemilia Scauri.
Ritrovata nel 1913, la struttura all’epoca fu esplorata solo in parte, gli scavi vennero effettuati ulteriormente nel 1794 e nel 2001 in cui ci fu una visione completa della piscina romana.
“Che io possa morire, se il silenzio è tanto necessario, come sembra, al raccoglimento e allo studio. Infatti mi circonda da ogni parte un chiasso indiavolato. Ho la sfortuna di abitare proprio sopra le terme: immagina di sentire un vocio, un gridare confuso che ti fa desiderare di essere sordo.
Sento gli affanni e i sospiri di quelli che si esercitano con gli attrezzi ginnici e si affaticano (o fingono di affaticarsi). Se anche capita uno più pigro, che se ne sta zitto a farsi massaggiare, si sente comunque il battere delle mani del massaggiatore sulle sue spalle. Quando poi arriva uno di quelli che non ce la fanno a giocare a palla senza urlare e incomincia a contare i colpi a voce alta, allora è proprio finita.
Ci sono poi il litigioso, il ladro che viene colto sul fatto, il chiacchierone, o quello a cui piace sentire la propria voce mentre fa il bagno. Poi c’è il fracasso di quelli che saltano nella piscina. Ma almeno queste voci sono normali: pensa invece al depilatore che richiama i clienti con voce stridula e sta zitto solo quando strappa loro i peli, ma allora urla chi gli sta sotto… Non parliamo poi dei venditori di bibite, di salsicce, di pasticcini e i garzoni delle locande che vanno in giro a vendere la loro merce!”
Seneca, Lettere a Lucillo
LA STRUTTURA DELLE PISCINE
La vasca è scavata direttamente nella roccia e presenta le seguenti dimensioni 13 metri per 6,5 metri. É chiusa all’intorno da un muro perimetrale in pietra.
L’accesso alle piscine poteva avvenire da ogni lato perchè ogni lato presentava tre gradoni dai quali si poteva scendere all’interno della vasca.
La piscina in origine era rivestita da mosaici in tessere di pasta vitrea colorata ed era protetta da vetrate.
caldi. La piscina era rifinita con materiali di gran pregio. Fondo e gradini della vasca
erano rivestiti con lastre di marmo bianco e altri marmi, anche colorati, decoravano le pareti: spesso si tratta di marmi importati, provenienti dalla Grecia o dall’Asia Minore.
Lo sviluppo interno era quello di una successione di stanze, con all'interno una vasca di acqua fredda (frigidario) solitamente circolare e con copertura a cupola e acqua a temperatura bassa, seguita all'esterno dal calidario, generalmente rivolto a mezzogiorno, con bacini di acqua calda. Tra il frigidario e il calidario vi era probabilmente una stanza mantenuta a temperatura moderata, il tepidario, stanza adiacente al calidario in cui veniva creato un raffreddamento artificiale.
Assieme al calidario veniva usata quella che ai nostri giorni viene chiamata la sauna finlandese, ovvero il passaggio repentino dal caldo al freddo e viceversa. Le natationes erano invece le vasche utilizzate per nuotare.
Attorno a questi spazi principali, si sviluppavano gli spazi accessori: l'apodyterium (uno spazio non riscaldato adibito a spogliatoio), la sauna, la sala di pulizia, la palestra. All'interno delle terme si poteva trovare spazio anche per piccoli teatri, fontane, mosaici, statue e altre opere d'arte, biblioteche, sale di studio e addirittura negozi.
ABITUDINI LEGATE ALLE TERME
Una delle abitudini più diffuse legate alle terme era quella di gettare profumi o vini speziati.
Per lavarsi, i romani usavano la pietra pomice e la cenere di faggio oppure una pasta composta da polvere d’equiseto, argilla e olio d’oliva, dopo il lavaggio erano soliti a spostarsi nelle sale dedicate ai massaggi che venivano svolti con oli profumati e unguenti.
VISITA ALLE PISCINE ROMANE
Entrando nell’area archeologica nella piscina romana possiamo ascoltare qualche nota istruttiva che ci aiuterà a capire meglio quello ci ritroviamo di fronte.
L’antica Aquae Statiellae cioè la città “fondata dalle acque”, come la definì Plinio il Vecchio, aveva almeno due impianti termali davvero notevoli per dimensioni e
qualità architettonica.
Il più antico sorgeva al centro della città dove oggi possiamo ammirare un’altra attrazione di Acqui Terme, La Bollente.
Il secondo impianto era fuori dalla città ed era più facile da raggiungere per chi veniva dall’esterno perchè si trovava nell’importante via Aemilia Scauri.
I resti che si andranno a visitare fanno parte di quest’ultimo impianto.
Iniziando la visita si possono ammirare i poderosi muri alti 4 metri.
Proseguendo verso lo stretto corridoio, possiamo ammirare la
tecnica muraria adoperata dagli antichi costruttori: nella parte inferiore il muro è costituito da ciottoli di
fiume, ben riconoscibili per i bordi arrotondati.
Durante il percorso si possono notare due canali, il primo contiene ancora una tubatura in piombo.
Una volta saliti gli scalini, possiamo notare un pavimento rialzato che è un ambiente dove non si camminava, bensì veniva fatta circolare l’aria calda per ottenere il
riscaldamento degli ambienti situati sopra.
Dopo essere saliti da un’altra scala ci troviamo all’interno della vasca,proseguendo su una passerella che ci porterà per stretti cunicoli dove si potranno confrontare le strutture romane. Durante questa parte di visita possiamo soffermarci a vedere pannelli che contengono fotografie, articoli e documenti di quell’epoca.
Tornando all’ingresso possiamo notare le due vetrine dedicate ai materiali ritrovati durante gli scavi recenti.
Nella prima vetrina troviamo alcuni reperti che non avevano una funzione estetica, bensì una finalità pratica. Nella seconda vetrina possiamo trovare elementi di tipo estetico ( le tessere di mosaico in pasta vitrea).
Per lo svolgimento di questo lavoro ringrazio il responsabile delle piscine di Acqui terme [email protected] per le informazioni e le immagini date.
Ringrazio Dorina Incaminato, [email protected]
Inoltre ringrazio Germano Leporati, per le informazioni sulla struttura e le immagini collegate.
Elena Crepaldi
Classe 4^C
Dante a Orsara Bormida. Il Castello Malaspina
Il Castello e l’Azienda Agricola vengono citati per la prima volta nel 1196 in un documento, i feudatari del castello ovvero i Marchesi Malaspina vengono ricordati dal famoso poeta Dante Alighieri nel Purgatorio dove li ringrazia per la loro ospitalità durante la sua visita.
Durante la guerra del 700 il Castello di Orsara fu occupato da una parte dell’esercito francese, proveniente da Novi, che si servì della torre per comunicare con il resto dell’esercito e per qualche mese il Castello venne rinforzato con trincee e palizzate per coprire la ritirata dell’esercito francese.
Ad oggi il Castello fa parte dell’iniziativa “Castelli Aperti” per favorire le viste guidate, all’interno del castello sono previsti intrattenimenti, feste e cerimonie, grazie anche al restauro dell'Oratorio annesso al Castello.
Matilde Traverso, Classe 3^ C
Fonti: www.orsara.com
www.archiviostorico.net/libripdf/Orsarara.pdf
La battaglia di Novi Ligure: amore oltre la guerra.
La storia di Bice e Leandro
Il centro storico di Novi Ligure è abbastanza ampio, pulito e ben conservato. Se percorrete via Roma, che da piazza XX settembre vi porta alla chiesa della Collegiata, può capitare che l’atmosfera vi trasporti in un altro tempo. Conficcato nel muro di una casa padronale, appena ristrutturata c’è una palla di cannone con la dicitura “Battaglia di Novi 1799”.
E’ il 15 agosto, la mattinata è torrida, la calura intensa quando arriva la notizia della morte del generale Joubert. L’esercito ne è colpito, sbanda, ma si rianima subito e riprende i combattimenti riuscendo dopo tre ore a respingere l’intera ala destra austriaca. Si susseguono attacchi da entrambe le parti, il caldo è asfissiante, a sera il rio Riasco è pieno di cadaveri, appellativo che conserva ancora oggi: “rio dei morti”. La guerra è sempre una tragedia.
Della battaglia di Novi, però si racconta un’altra storia: l’amore di Bice e Leandro. Leandro è un giovane che ha lasciato la sua casa per combattere accanto al generale Joubert. Bice è distrutta, non sopporta la lontananza dall’amato e una notte si avvicina all’accampamento militare. Leandro è di guardia, intima l’alt alla figura che si muove nella notte, spara e uccide. Quando scopre che si tratta di Bice è disperato, affranto, non ha più ragione di vivere e… si ammazza. Che orrore la guerra, e che drammi porta con sé, anche la disperazione della gente comune.
Così si narra, da queste parti, la leggenda dei due sfortunati amanti, che aggiunge alla pagina di storia un poco di folclore locale.
LEKA RIDJANA
Classe 3^C
Libarna, una preziosa testimonianza del passato
L’ORIGINE DI LIBARNA
L’origine della città è da ricondurre al tracciamento della via Postumia nel 148 a.C., anche se molto probabilmente sono i provvedimenti dell’89 a.C., con i quali si è concessa la cittadinanza latina alle popolazioni locali, a determinare l’avvio di un vero e proprio processo di urbanizzazione. Tuttavia, il tracciamento di altre 2 vie portò ad un cambio nella strategia dei traffici, e quindi ad un progressivo abbandono del sito. (aemilia scauri e iulia augusta).
La “riscoperta” della città avviene in occasione dell’apertura della “strada regia” Torino-Genova negli anni ‘20 dell’800, della realizzazione delle linee ferroviarie Genova-Novi-Torino e, anni dopo, Genova-Milano.
È solo nel 1924, con l’imposizione del vincolo archeologico, che si intraprendono interventi di consolidamento e restauro dei monumenti.
LA STRUTTURA DELLA CITTÀ
VIA POSTUMIA
Il reticolato stradale ortogonale era organizzato su due assi viari principali: il cardine massimo, che correva da nord a sud, e il decumano massimo, orientato est-ovest. Parallele a queste due vie, si disponevano tutte le altre, chiamate cardini e decumani minori. A Libarna il cardine massimo coincideva con un tratto della via Postumia, la grande strada consolare costruita nel 148 a.C. che collegava Genova ad Aquileia. Le dimensioni delle strade variavano a seconda dell’importanza (gli assi viari principali erano, infatti, molto ampi) così come il tipo di pavimentazione: il cardine e il decumano massimo erano lastricati, anche per il fatto che erano normalmente destinati al transito del traffico pesante, mentre le vie minori potevano essere rivestite solo da ciottoli o ghiaia. Solitamente le strade erano provviste di marciapiedi, canalette di scolo per l’acqua piovana, pozzi e fontane a uso pubblico, edicole votive, di cui si sono trovate numerose testimonianze all’interno dell’area archeologica. In alcuni casi è accertata anche la presenza di portici; le strade, infatti, rappresentavano spazi vivibili per la comunità.
LE PORTE DELLA CITTÀ
Esse erano l’ingresso prestabilito per la città e furono erette lungo il cardine massimo per segnalare lo spazio urbano. Per Libarna è nota una porta sul tratto meridionale di via Postumia ed è accertata la presenza di un analogo monumento in entrata da nord. La forma corrisponde al modello assai diffuso della porta “a cavedio”, caratterizzata da una cortina muraria con l’apertura fiancheggiata da due torri, cui seguiva un cortile di guardia, con un muro di facciata verso la città, a formare un vero e proprio fortilizio. La maggior parte delle città romane era circondata da mura, che non rispondevano solo ad un’ esigenza difensiva, ma anche ideologica: la fondazione di una città era considerata un atto sacrale; le mura non si potevano valicare, se non attraverso passaggi stabiliti, quindi le porte. Esse assumono dunque una monumentalità, in relazione alla loro sacralità, e per questo a volte erano riccamente ornate. Le porte erano generalmente poste in corrispondenza degli assi viari principali, ma vi erano ingressi secondari che potevano aprirsi anche sulle vie minori. A partire sostanzialmente dall’età augustea, le porte si caricarono di valori civili, alleggerendo la pesantezza delle strutture e abbellendo la propria forma.
IL FORO
Il foro era solitamente posto all’incrocio tra il cardine e il decumano massimo, o nelle immediate vicinanze, in modo che fosse facilmente raggiungibile da ogni parte. A Libarna il foro si apriva in posizione tradizionale, all’incrocio tra le due vie principali. Molto poco sappiamo della sua costruzione, poiché è stato oggetto solo di limitate ricerche nel lontano 1911 che hanno permesso solo di individuarne l’area, di forma quadrata ed estesa quattro isolati. La presenza di un portico per l’ampiezza, potrebbe far ipotizzare un suo utilizzo come basilica, per la sua ampiezza, mentre un arco regolamentava il traffico dei veicoli che, a causa della chiusura della piazza, dovevano aggirare il complesso probabilmente lungo il cardine minore orientale, dato che la lastricatura di quest’ultimo pare più resistente rispetto alle altre strade minori. All’inizio del processo di romanizzazione, nei Fori si trovavano il Comizio, in cui i cittadini eleggevano i propri rappresentati amministrativi, e la Curia, sede delle riunioni del Senato locale. Normalmente vi era un tempio dedicato alla triade capitolina: Giove, Giunone, Minerva – o edificio di culto di una divinità particolarmente cara ai coloni e sicuramente c’erano botteghe. Man mano che la città ebbe necessità di altri servizi, si costruì la Basilica, uno spazio chiuso in cui venivano svolte le varie attività pubbliche e trasferite quelle commerciali in caso di maltempo.
IL TEATRO
Risalente al I secolo d.C., il teatro, realizzato principalmente in cemento rivestito di blocchetti di pietra e corsi di mattoni, era impostato su due ordini: un ambulacro esterno con 22 arcate sorrette da pilastri e un ordine superiore senza aperture. Vi erano un ingresso principale centrale, due laterali e quattro secondari in corrispondenza dei corridoi di accesso alle gradinate. All’interno, la cavea e l’edificio scenico costituivano un blocco unitario e garantivano una resa acustica ottimale. Davanti all’orchestra, quindi lo spazio semicircolare tra gradinata e scena in origine destinato al coro, sono ancora visibili i fori che ospitavano i meccanismi di sollevamento del sipario. Alle spalle dell’edificio scenico vi era un giardino porticato, al centro del quale si trovava una fontana: qui gli spettatori potevano passeggiare tra uno spettacolo e l’altro. Si stima che il teatro poteva contenere diverse centinaia di spettatori.
LE TERME
A Libarna le terme erano ubicate tra teatro e anfiteatro, a formare un vero e proprio quartiere dei divertimenti, del relax e del tempo libero. Non si conosce nulla dell’impianto, ma dalla descrizione dei vecchi scavi si può dedurre che il complesso fosse dotato di monumentalità e occupasse alcuni isolati. Oltre ai bagni, nelle terme si potevano trovare anche spazi dedicati allo sport, come la palestra o la piscina, e ad attività culturali, come sale di declamazione e biblioteche. Solo dal II secolo a.C. inizia lo sviluppo di una architettura termale: prima il bagno è un fatto privato, cui si riserva poco spazio. All’interno dell’abitazione vi era la latrina, accanto alla cucina, per sfruttarne il calore, lo spogliatoio, il calidarium, il tepidarium e il frigidarium, ossia ambienti con vasche di acqua rispettivamente calda, tiepida e fredda.
GLI ISOLATI
Le prime testimonianze sull’edilizia residenziale a Libarna risalgono al periodo tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I d.C. Oggi è difficile comprendere le fasi e l’organizzazione delle case, a causa della lacunosa documentazione di scavo, tuttavia, per i due isolati adiacenti all’anfiteatro si può ricostruire una prima fase che vedeva una divisione di ognuno di essi in una grande domus signorile e tre abitazioni più modeste con cortile parzialmente coperto e ambienti a destinazione commerciale. Alla fine del I secolo d.C. gli isolati subiscono una sorta di riconversione edilizia,
probabilmente in relazione alla costruzione dell’anfiteatro: le due grandi case ad atrio e peristilio vengono divise in lotti e si assiste a una riqualificazione in senso produttivo e mercantile con botteghe, officine di tintura della lana e uno studio-ambulatorio medico. Libarna non ebbe mai uno sviluppo demografico tale da giustificare la presenza di soluzioni abitative multifamiliari a più piani.
L’isolato I era occupato da una grande residenza signorile che nella riorganizzazione del quartiere di fine I secolo d.C. venne ridimensionata e ristrutturata, nell’ambito di una più generale caratterizzazione in senso produttivo-mercantile. Nella parte sud-occidentale troviamo una bottega, con affaccio sul Decumano Massimo, confinante a est con una specie di lavanderia dove venivano sgrassati, lavati e tinteggiati i panni. Contigua a quest’ultima se ne trovava un’altra, di dimensioni maggiori. La nuova abitazione signorile, che occupa circa due terzi della superficie del precedente edificio, presenta due ingressi simmetrici: il principale si apriva nell’angolo sud-orientale e al suo fianco si articolavano, oltre la stanza del custode, una serie di ambienti di servizio deputati probabilmente a ricovero di animali; l’altro ingresso era situato nella zona nord-orientale e dava accesso a una serie di stanze di servizio, tra cui si riconosce la cucina. Dalla grande sala, che si estendeva per una superficie di oltre 100 m² e di cui rimangono solo poche tracce del pavimento marmoreo, si accedeva al triclinio, caratterizzato da un pavimento a mosaico, ancora visibile, a tessere bianche e nere con al centro la raffigurazione policroma del mito di Licurgo e Ambrosia. La sala da pranzo comunicava con il retrostante piccolo giardino, confinante con la camera da letto padronale, preceduta da un’anticamera. Tre ambienti tra loro comunicanti, schierati in ordine crescente di ampiezza a nord del cortile porticato, sono identificabili come terme. Nella stanza che occupa la parte più settentrionale della domus sono stati rinvenuti due mortai e numerosi strumenti chirurgici, che suggeriscono la destinazione a uso ambulatoriale di questo ambiente, in connessione con il vicino anfiteatro.
L’ANFITEATRO
All’interno della città, la posizione dell’anfiteatro è quasi sempre marginale, pertanto esso sorgeva spesso al di fuori delle mura, ma esistono casi in cui il monumento stava all’interno dell’impianto urbano. È questo il caso di Libarna, in cui l’anfiteatro, realizzato nel corso del I secolo d.C., si collocava entro il perimetro, nella parte più orientale della città, perfettamente integrato nell’organizzazione del piano urbano. L’edificio occupava una superficie pari a due isolati ed era circondato da un’area libera con muro di cinta rettangolare, che aveva la funzione di integrare la forma dell’edificio nel reticolo ortogonale. L’ingresso principale doveva essere sul lato lungo occidentale, in asse con il decumano massimo, ed erano presenti altri tre ingressi. L’edificio era caratterizzato da arcate sovrapposte, muri radiali e gallerie anulari, con arena scavata e gradinata. Alle autorità era destinata una tribuna speciale. Il perimetro esterno, secondo l’ipotesi ricostruttiva, doveva presentarsi su due ordini con la muratura a blocchetti rettangolari di pietra alternati a corsi di laterizi, con nucleo interno cementizio. L’arena, dalla superficie in terra battuta, era delimitata da un podio alto 2 metri circa, e al suo centro vi erano alcuni vani sotterranei di servizio, probabilmente coperti da un ripiano di legno utilizzato per far salire macchinari, oggetti, animali e uomini durante gli spettacoli. Per proteggere gli spettatori dal sole o dalla pioggia, l’edificio poteva essere coperto con grandi teli fissati a pali, a loro volta ancorati alla muratura esterna e manovrati con carrucole. La storia di questo edificio e dei giochi che vi si svolgevano non vanno di pari passo, dal momento che l’istituzione dei giochi è molto più antica dei primi anfiteatri.
Giulia Bisio, classe 4C
FONTI
http://www.libarna.al.it/libarna/
Le strutture alla base dell’odierno Forte di Gavi
La cittadina di Gavi è un piccolo centro piemontese lungo la via Postumia. Già nell’antichità la sua posizione era particolarmente strategica perché collegava la repubblica di Genova al Monferrato e alla Lombardia.
Proprio per questa ragione i genovesi costruirono su una roccia naturale a strapiombo sul borgo una fortezza prettamente difensiva sui resti di un preesistente castello di origine medievale.
La nuova costruzione, quindi, inglobava un castello eretto, al tempo delle occupazioni saracene e ungare, da una principessa di nome Gavia o Gavina che in quella località aveva la sua residenza.
Secondo la leggenda, la nobile era di origine francese, fonte avvalorata del fatto che ancora oggi il viottolo che conduce al forte porta il nome di Monserito, dal francese Mon cheri.
È comunque difficile stabilire con esattezza, a causa della mancanza di documenti, l’origine e le caratteristiche della precedente costruzione che comunque, fin dall’antichità, vi doveva sorgere a causa della caratteristica particolare che ne consentiva la visibilità su un ampio territorio.
Il primo atto che testimonia l’esistenza è un documento notarile del 973. C’è poi un documento imperiale firmato da Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa del 1191 che conferma la donazione in segno alla repubblica di Genova.
Nel corso dei secoli la trasformazione da castello a forte è stata lenta ma costante donandoci quello che ad oggi ci appare come il Forte di Gavi.
Zangara Danilo
classe 4C
Gli amaretti di Gavi
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