Chiese, arte sacra e musei
Un viaggio tra i piccoli tesori che si nascondono nelle Chiese e nei musei del nostro territorio. Partendo da Tortona e dal Museo Diocesano, passeremo per Novi, Serravalle, la Val Borbera, fino ad arrivare alla zona dell'Ovadese e dell'Acquese. Speriamo di suscitare il vostro interesse presentandovi alcune particolarità scoperte nelle nostre Chiese e nei Musei
Guide volontarie
Il nostro Istituto collabora con la Diocesi di Tortona fornendo guide volontarie per l'evento "Chiese aperte".
Da quest'anno ci formiamo per conoscere e far conoscere le Chiese del territorio.
La Basilica della Maddalena
Per motivi di affezione, partiamo dalla Basilica della Maddalena, un piccolo gioiello nel centro storico della nostra città. La Basilica è stata oggetto di uno studio approfondito da parte delle nostre classi, grazie alla disponibilità del dottor Mario Ristagno, Priore della Confraternita della Maddalena e del S.S. Crocifisso e ci ha dato l'opportunità di testare la nostra abilità di "guide turistiche" con visite organizzate per le scuole elementari.
Le origini della confraternita di Santa Maria Maddalena datano agli inizi del 1600. Essa, con il suo oratorio nella basilica omonima di Novi Ligure, è una delle principali confraternite del Piemonte e prende il nome di Confraternita di Santa Maria Maddalena e del Santissimo Crocefisso per sottolineare le pratiche di devozione ai quali si dedicano ancora i confratelli con un ampio seguito da parte dell'intera popolazione.
L’Oratorio della Maddalena sorge a Novi Ligure in una piazzetta appartata lontano dal traffico in via G. Cesare Abba e la sua facciata è piuttosto semplice, soprattutto se paragonata al suo ricco interno. La sua facciata è ornata da due lesene che la dividono in tre parti delimitando un ampio spazio centrale, sormontato da un frontone triangolare ottocentesco. Sopra il portone e a contatto con la sua cornice modanata, dà notizia dell'indulgenza quotidiana di cento giorni che Papa Clemente XIV concedeva a seguito dell'aggregazione della Confraternita alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Più in alto si può notare una nicchia con la bella statua in marmo bianco raffigurante la Maddalena che, secondo i dettami dell'iconografia classica, è rappresentata con il libro nella mano sinistra ed il vaso degli unguenti nella mano destra.
Internamente la chiesa ha un impianto allungato, ad aula unica, terminante con un coro, non particolarmente ampio, separato dalla navata da una struttura a tre archi, quelli laterali disposti obliquamente, quello mediano, più alto, fa da cornice all’altare maggiore ed ospita il gruppo fittile del Compianto, un complesso di otto statue fittili a grandezza poco meno che naturale, disposte su tre linee di fronte al Sacro Corpo di Gesù.
Nella parte superiore si trova l’altare della Natività e la monumentale composizione, ubicata nell’abside, raffigurante la Crocifissione sul Monte Calvario. Collegabile ai Sacri Monti, il complesso è costituito da una ventina di sculture a grandezza naturale, in legno di ulivo dipinto è parzialmente dorato, realizzate tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Questa sacra rappresentazione è unita dall'impianto scenografico ma suddivisa in vari gruppi ben distinti gli uni dagli altri: Il centro è occupato dalla scena della crocifissione, con Maria e San Giovanni, mentre sulla sinistra è visibile il gruppo delle tre Marie; completano la composizione una serie di figure, poste in modo simmetrico tra i vari gruppi, tra le quali notiamo i sacerdoti, una madre con un bambino, due soldati a cavallo e gli armigeri recanti una mazza e la spugna imbevuta di aceto. Le pareti dell'aula sono scandite da paraste ioniche con membrature in stucco, sormontata da una trabeazione continua sopra la quale si imposta una volta a botte ribassata e periodicamente tagliata da unghie triangolari.
All'interno della chiesa, in una cappella di sinistra, è visibile un plastico di Novi Ligure realizzato nel 1750 quando erano ancora presenti le mura, i quattro punti d'accesso e il Castello costruito dai Genovesi a difesa dell'ultima città della Repubblica prima della pianura Lombarda.
Georgiana Borta
Classe 4^C
Ringrazio il Dottor Mario Ristagno per la disponibilità data e per aver messo a disposizione il libro scritto da lui sull’Oratorio della Confraternita di Santa Maria Maddalena e del Santissimo Crocefisso.
Le fotografie sono state scattate da me in loco
Visita al Museo Diocesano di Tortona, dove anche noi ragazzi possiamo essere colpiti dalle opere d'arte esposte.
Il Museo d’Arte Sacra di Tortona, allestito per la prima volta nel 2004, raccoglie opere confluite per lo più nei depositi della Curia, le quali, provenendo dalla città di Tortona ed i suoi dintorni, raccontano la storia della Diocesi. Il percorso museale si snoda su tre livelli attraverso un itinerario sia tematico che cronologico.
Le diverse sale del Museo offrono ai visitatori dipinti, ritratti, sculture, cimeli e manoscritti, ma anche reliquiari, paramenti religiosi e testimonianze dei vescovi del Cinquecento. Grazie alla disponibilità della Dott.ssa Ricco, che mi ha ospitata nel Museo, ho visitato personalmente le Sale ed ho osservato le opere custodite. Il museo è ricco di opere interessanti e particolari, ma, tra tutte, due hanno attratto la mia curiosità: Gesù con le chiavi ed il Crocifisso del Maragliano.
Il Gesù con le chiavi è una delle opere più antiche del Museo, datata 1570-1580. In questo dipinto Gesù viene ritratto mentre pone le mani verso un personaggio, San Pietro, per consegnarli le chiavi. La particolarità di questo quadro è proprio quella che manca San Pietro. La tela è stata tagliata da coloro che l’hanno creata perché si pensava che non fosse importante e quindi è stata riutilizzata. I colori sono molto pieni e lucidi, Gesù indossa una tunica rossa e verde e i personaggi che sono ritratti alle sue spalle hanno un volto particolarmente preoccupato.
Il Crocifisso del Maragliano così chiamato perchè realizzato da Antonio Maria Maragliano, è stato restaurato. Inizialmente, infatti, non presentava il colore dell’incarnato che invece vediamo oggi. Il colore è pallido, quasi bianco, e anche se è fatto di legno, è stato scelto questo colore per ricordare il marmo. Possiamo dire che quessta è stata una strategia in quanto a quei tempi il marmo, oltre ad essere molto costoso e quindi non accessibile a tutti, era anche molto difficile da reperire. Una particolarità di questo scultore è che ha coperto le nudità di Cristo con l’utilizzo del perizoma, creando un effetto svolazzante per far sembrare che ci sia una folata di vento. Il Crocifisso rappresenta il ‘Cristo Patiens’ con gli occhi rivolti al cielo, che ancora non è morto. La croce può essere definita come Croce Processionale, antica tradizione del territorio ligure della Diocesi di Tortona, che ancora adesso viene seguita. Le parti estreme della Croce si chiamano bracci e presentano dei fiori in argento, e quando vengono scossi durante la Processione, hanno una finalità principalmente scenica e sonora.
Matilde Corbellini
classe 4^C
Ringrazio la Dott.ssa Michela Ricco per l’aiuto alla realizzazione dell’articolo.
Copy right e immagini del Polo Culturale Diocesano di Tortona
L'Abbazia di Santa Maria a Rivalta Scrivia
Nascosto da un viale alberato e immerso nella campagna Tortonese si trova un vero gioiello di architettura con una storia affascinante che risale agli inizi del XII secolo. L’Abbazia di Santa Maria di Rivalta Scrivia è uno stupendo esempio del connubio tra il tardo romanico e il gotico cistercense. Attualmente il complesso monumentale è "accudito" da un gruppo di instancabili e appassionati volontari che accompagnano i visitatori alla scoperta della chiesa, della sala capitolare e del refettorio.
L’Abbazia sorse nel 1187 su un territorio bonificato dai monaci cistercensi, al riparo dalle esondazioni del Torrente Scrivia e nelle vicinanze dell'antica strada romana “Aemilia Scauri”, importante via di transito commerciale e di pellegrinaggio. L'economia monastica si basava sulla coltivazione e sullo sfruttamento a pascolo dei vasti territori acquisiti nel tempo mediante donazioni; i monaci furono degli ottimi ingegneri idraulici e realizzarono un'ampia serie di canali e rogge per l’irrigazione di cui ne sono ancora in uso circa 120 km.
Accanto alla chiesa sorsero i locali necessari ai monaci per la preghiera e per il lavoro e fino alla metà del XIII secolo il cantiere si arricchì con il supporto dei conversi che diedero prestigio al monastero di Rivalta.
Purtroppo nel corso del XIV secolo la comunità cistercense risentì della crisi economica e delle frequenti pestilenze ed essendo il complesso in una zona strategica ai confini del ducato Lombardo, fu sottoposto allo stretto controllo prima dei Visconti e poi degli Sforza, Signori Milanesi che lo adibirono addirittura ad alloggiamento delle truppe. Le vicende sfortunate della ormai ridotta comunità monastica proseguirono fino alla metà del 1500 quando Rivalta venne legata all’ordine benedettino e in particolare al monastero di S. Nicolò del Boschetto di Genova.
La chiesa venne aperta a partire dal 1576 alla comunità laica di Rivalta divenendone parrocchia.
I terreni dei monaci furono ceduti a diverse famiglie genovesi, milanesi ed alessandrine e, a metà del 1600 il nuovo proprietario, il nobile genovese Airoli, ottenne l’autorizzazione ad abbattere una navata dell’Abbazia per costruire il suo nobile palazzo.
Ancora oggi sono visibili sulla parete esterna della navata le tracce degli antichi archi e delle mensole facenti parte del chiostro che nel XIII secolo affiancava la chiesa, di forma quadrangolare composto da un ampio portico di colonne binate.
Fortunatamente per noi visitatori del XXI secolo, dell’antico monastero si è conservata la sala capitolare in stile gotico-cistercense suddivisa in nove campate coperte da volte a crociera archiacute con ogive in cotto, sorrette da quattro colonne lapidee con capitelli a fasci circolari.
In questo luogo, dopo la messa mattutina la comunità si radunava al richiamo dei rintocchi di una campana suonata dal sacrista. Sotto la guida del sacerdote ogni giorno venivano letti testi liturgici e un capitolo della regola; inoltre venivano chiamati coloro che durante la giornata o la settimana avrebbero avuto incarichi speciali al servizio della comunità.
Presso il complesso monumentale dal 1996 è operante il Comitato di “Amici dell’abbazia di Santa Maria”, che accoglie i visitatori con grande disponibilità ed entusiasmo e li accompagna alla scoperta di questo gioiello ricco di storia e bellezza.
Un'architettura semplice ma affascinante che custodisce opere d’arte di artisti locali.
La costruzione dell'Abbazia di Rivalta rispecchia i dettami dell'architettura cistercense sanciti da S. Bernardo, che prevedeva estrema semplicità e linearità delle forme.
La pianta è a croce latina con tre navate divise da colonne e pilastri diversi tra loro, se ne trovano infatti di poligonali, circolari e a fascio, costruiti in pietra e in mattone che accentuano la bicromia dell’intera costruzione.
Anche i capitelli si presentano molto vari: alcuni sono cubici ad angoli smussati, altri sono decorati con motivi vegetali stilizzati.
Le volte sono a crociera con evidente costolatura nella navata centrale e nel transetto su cui si sviluppa l’abside affiancata da quattro cappelle minori.
All’interno della chiesa è possibile ammirare un ricco apparato pittorico che orna le pareti, i pilastri ed alcuni altari. La decorazione ad affresco si fa risalire alla seconda metà del XV secolo ed è di matrice tardo gotica negli affreschi più antichi, mentre denota maggiore realismo di forme nelle figurazioni con santi, alcune delle quali firmate da Franceschino Boxilio, artista Tortonese che insieme al padre sembra aver contribuito alla diffusione di un linguaggio pittorico che si diffuse largamente sul territorio nel XVI secolo.
Si tratta di una pittura votiva con forti caratterizzazioni popolari che predilige i Santi protettori di una comunità agricola e contadina, inseriti in composizioni semplici ed immediate.
Eleonora Baldi
Classe 4^C
Si ringrazia il Sig. Fausto Miotti per le informazioni ricevute e per la possibilità di utilizzare e diffondere le foto presenti sulla pagina facebook degli “Amici dell’Abbazia di Rivalta Scrivia”.
Una mostra interessante all'interno del Complesso monumentale di Rivalta
“Alla ricerca…dell’Eterno. La fede in immagini antiche e moderne” è il titolo della mostra allestita negli ambienti conventuali dell’Abbazia di Rivalta Scrivia; l’esposizione ospita circa 60 icone russe e un’ interpretazione pittorica dell’apocalisse secondo Giovanni, tradotta in immagini da Giuseppe Papetti.
Il termine icona significa immagine, che viene dipinta a tempera con pigmenti di colori naturali macinati e mescolati al giallo d’uovo sulla superficie di una tavola di legno ricoperto di un fondo di gesso stemperato nella colla.
L’icona nasce nei primi secoli del cristianesimo con lo scopo di annunciare, manifestare ed esprimere la realtà spirituale dei misteri della fede. Per la tradizione della Chiesa d’Oriente si tratta di un’opera teologica che annuncia con i colori ciò che i Vangeli dicono con la parola.
L’iconografo è anonimo e sono rare le icone “firmate” anche se storicamente sono individuabili “ grandi maestri “, che hanno interpretato diversamente i rigorosi criteri monastici a cui si attiene la tradizione iconografica.
Le icone esposte appartengono ad una collezione privata e sono datate tra il XVIII e il XIX secolo e permettono di avvicinarsi a questa particolare forma di arte sacra di grande fascino.
L’esposizione ha carattere divulgativo ed è organizzata in quattro sezioni che permettono di apprezzare le diverse tipologie canoniche della tradizione russa.
Dall’altro lato della sala del convento è possibile ammirare 24 grandi tavole lignee dell’artista Giuseppe Papetti che, ispirandosi ad un pittore russo di icone, ha raccontato l’Apocalisse secondo Giovanni con immagini forti e dense di significato brevemente descritte dall’autore con le parole dell’Evangelista.
La mostra è visitabile al termine del percorso di visita dell’Abbazia grazie ai volontari dell’Associazione “ Amici dell’Abbazia di Rivalta Scrivia” che con il loro entusiasmo e la loro disponibilità permettono ai cittadini e ai turisti di apprezzare questo straordinario luogo di grande interesse artistico e religioso.
Eleonora Baldi, classe 4^C
Materiale acquisito durante la visita dell’Abbazia di Santa Maria di Rivalta Scrivia.
Il complesso monumentale di Santa Croce
Bosco Marengo (AL)
Il complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo, un paesino nei pressi di Alessandria, è un convento domenicano realizzato per volere di Papa Pio V nella seconda metà del XVI secolo al fine di creare una scuola di formazione per i frati domenicani che lottavano contro le eresie e per dare importanza al suo paese natale. (immagine 1 e 2)
Molte opere del rinascimento che troviamo all’interno furono copiate nelle chiese del barocco di Novi Ligure e Tortona e quindi si può dire che Santa Croce fu una specie di scuola per architetti e scultori di chiese.
Le decorazioni furono affidate a Giorgio Vasari, un pittore rinascimentale del 1500, la più nota è la macchina vasariana che è stata progettata per l’altare maggiore, si tratta di due pannelli, in origine sui fianchi, ciascuno con due santi domenicani a figura intera e di 12 tavolette incastonate nel registro inferiore sei delle quali mostrano episodi biblici del vecchio testamento mentre le rimanenti quattro presentano un fatto della vita di ciascun santo rappresentato nel pannello laterale. La macchina venne poi smembrata per far spazio a una in marmo. (immagine 3,4,5,6,7)
Una curiosità che in pochi sanno è che oltre le meravigliose opere mobili del Vasari note a tutti, all'interno troviamo anche la sua prova d’esame. Il Papa non gli affidò il lavoro basandosi sulla fiducia ma gli fece fare un dipinto raffigurante un presepe; alla fine del lavoro il Papa tornò a controllare e disse che mancavano il bue e l'asinello, allora il pittore aggiunse le due figure sullo sfondo in penombra e dipinse tutto il complesso.
Oggi il complesso è diviso tra due gestioni: la chiesa, proprietà del FEC ovvero fondo edifici di culto ed il complesso, proprietà comunale che il fine settimana organizza delle visite guidate.
Dentro il convento si trova il museo vasariano momentaneamente chiuso per allestimento. (immagine 8,9)
Layna Sereno, classe 3^ C
Ringrazio i sign. Gabriele Braida ,Annamaria Gobello e l'ing. Andrea Scotto per le informazioni
Sitografia: www.museosantacroce.it e www.amicidisantacroceboscomarengo.it (per le fotografie che non sono state scattate di persona)
A Novi Ligure un affresco di rara bellezza presso Santa Maria della Pieve
Situata nella zona periferica di Novi Ligure, nella provincia di Alessandria, la Chiesa di Santa Maria della Pieve nonostante la posizione non centrale gode di una grande popolarità a livello territoriale. La Chiesa sorge a lato di un grande parco verdeggiante, dove è possibile rilassarsi e divertirsi una volta terminata la visita, in quanto provvisto di bar, pista da minigolf, area pic-nic e parco giochi per i più piccoli. Siamo davanti ad un vero e proprio punto di forza per il turismo locale.
La Chiesa ha origini antichissime e ha visto il susseguirsi di diverse epoche, come testimoniano le opere d’arte racchiuse al suo interno.
Il primo elemento che non può passare inosservato appena entrati all’interno dell’edificio è sicuramente la statua della Vergine Maria col bambino. La statua, interamente bianca, è posizionata all’interno di una nicchia color azzurro e viene illuminata da una luce a neon dietro il tabernacolo. Il contrasto tra l’azzurro e il bianco, con l’aggiunta della luce artificiale, permette alla statua di essere sempre illuminata, risaltare subito alla vista del visitatore e catturare la sua attenzione.
La maggiore ricchezza della Pieve è sicuramente “L’ex voto di Oriana Campofregoso”, dipinto nel 1474 da Manfredino Bosilio. L’affresco occupa l’intera parete della cappella di San Fermo a sinistra dell’altare e riporta in un cartiglio data, nomi dell’artista e della committente, e motivo della sua realizzazione; tradotto significa: “7 novembre 1474 La Magnifica Signora Oriana di Campofregoso fece dipingere questa cappella a testimonianza di grazie ricevute. Manfredino Bosilio dipinse.” Quale fu però la grazia ricevuta ce lo suggeriscono le figure. Partendo da sinistra, Oriana, figlia di Pietro Campofregoso, una tra le più ricche e potenti famiglie di Genova, in grado di pagare un pittore allora di moda, come il Bosilio, per dipingere questo ex-voto. Accanto a Oriana, vediamo S. Anna con in braccio la Madonna con il Bambino: questo, uno dei particolari più belli di tutto l’affresco, è chiamato dagli storici dell’arte “S. Anna Metterza”. A destra, troviamo S. Giovanni Battista, considerato il messaggero di Gesù e raffigurato con un cartiglio con la scritta “Ecce Agnus Dei” (ormai quasi illeggibile) e un libro con sopra un agnello riccioluto. Ultima a destra, S. Margherita Martire che nel Medioevo era invocata come protettrice durante il parto. La grazia ricevuta è quindi la maternità, come suggeriscono le 4 figure nominate. un lieto evento atteso in primavera, come simboleggiano le primule rosse sullo sfondo, dopo il matrimonio, celebrato nell’estate 1474, tra Oriana e il nobile veneziano Piero Pisani. Ad osservare tutto dall’alto, è rimasta, nel catino absidale, il busto di una figura benedicente (un Cristo o un Padreterno). La Chiesa ospita con orgoglio quest’opera che, grazie alla sua bellezza e al suo valore artistico, ha reso Santa Maria della Pieve una meta ambita in diversi itinerari del territorio.
I turisti in visita a Novi Ligure la domenica dopo Pasqua avranno l’occasione di partecipare a un evento storico per La Pieve e in generale per tutta la popolazione novese: l’Ottava di Pasqua. Questa giornata viene da sempre festeggiata con la messa e successivamente la processione per le vie del centro storico, bancarelle di artigianato, bancarelle con i prodotti tipici della gastronomia piemontese, pesca di beneficienza, battesimo della sella e altre attrazioni. Sicuramente è l’occasione perfetta per poter godere di una visita non solo della Chiesa, ma anche della cittadina, particolare e più gioiosa rispetto al solito.
Ilaria Molinari
classe 4^C
Si ringraziano Don Fabrizio e l’ing. Andrea Scotto per le informazioni ricevute e la loro disponibilità.
Le foto che seguono sono di mia produzione
Il museo dei campionissimi di Novi Ligure
La città celebra i campioni locali: Girardengo e Coppi
Il 30 aprile del 2003 a Novi Ligure viene inaugurato il Museo dei Campionissimi. Il museo è stato allestito all’interno di un capannone industriale di inizio Novecento, si trova vicino al centro della città.
Ѐ dedicato ai due “Campionissimi” Novesi per eccellenza, ovvero Fausto Coppi e Costante Girardengo, che hanno vissuto gran parte della loro vita nella città di Novi Ligure; all’interno del museo però non vi sono solo loro cimeli. Questo è infatti un museo dedicato più in generale a tutta la storia della bicicletta, esso è dotato di una pista centrale che divide lo spazio espositivo; questa pista narra visivamente la storia della bicicletta attraverso l’esposizione di pezzi importanti, dall’interpretazione di un progetto di Leonardo da Vinci, alla draisina, agli ultimi prototipi in titanio. A lato della pista centrale si trovano varie pedane espositive che raccontano l’evoluzione dei componenti, attraverso ricostruzioni ed interpretazioni. Nelle due navate laterali alla pista, si trovano diverse sale espositive nelle quali i visitatori possono ammirare com’era il ciclismo nel passato e come potrà essere nel futuro attraverso mostre dedicate.
Due sale megaschermo consentono la visione di filmati d’epoca, testimonianze visive e sonore esclusive di arrivi spettacolari e di duelli memorabili.
La Sala dei Campionissimi è interamente dedicata a Fausto Coppi e Costante Girardengo, al suo interno i visitatori possono ammirare cimeli e testimoniante inedite della loro gloria di campioni.
Il laboratorio videoludico è la sala più interattiva del museo, infatti il visitatore può salire in sella a biciclette reali computerizzate e sfidare i propri compagni di visita attraverso i percorsi che riproducono i dintorni di Novi.
Il laboratorio d’arte è uno spazio in cui gli artisti possono esporre e creare installazioni con tema il ciclismo, la bicicletta e le forme della bicicletta. Inoltre è possibile camminare tra queste installazioni per osservarle da vicino con luci e colori affascinanti.
Il museo possiede atre due sale a tema che accompagnano il visitatore in percorsi narrativi relativi alla bicicletta e al ciclismo con raccolte importanti provenienti da ogni parte del mondo.
Il museo è anche sede di mostre temporanee, in questo periodo ospita alcune opere d’arte sacra, esse sono in deposito nel museo perché le chiese cui appartenevano sono in restauro o sono state distrutte. L’esposizione “Tesori Sacri della collezione civica” è diventata permanente e presenta dieci opere, alcune delle quali sono ancora sconosciute. Questo museo può essere considerato bivalente, in quanto offre una parte sul ciclismo e una parte di arte Barocca. All’interno della sala espositiva dedicata alle opere d’arte è custodita La Maestà Ritrovata, un manufatto artistico in cartapesta risalente al 1709; è stata costruita in cartapesta per poterla portare in processione più facilmente.
Gaia Gastaldi
Classe 4^ C
Crediti: museodeicampionissimi.it ; magazine.dlf.it ; piemonteitalia.eu
A Serravalle un antico Crocefisso ligneo movibile tra i tesori della Collegiata
La Chiesa della Collegiata di Serravalle Scrivia custodisce un antico Cristo ligneo, che nell'antichità veniva deposto nelle festività Pasquali e portato in processione
La Collegiata
La presenza religiosa è sempre stata radicata nella storia di Serravalle e la Collegiata di San Martino e Santo Stefano ne rappresenta il simbolo. Infatti, mentre fuori da “Borgo Nuovo” (quartiere di Serravalle) continuava ad esistere la Pieve di Santo Stefano, nel XII apparvero i primi documenti della Chiesa di Serravalle. Tuttavia la prima testimonianza attendibile risale al 1228, mentre è accertato che nel 1239 la parrocchiale assunse il titolo di Santo Stefano. Nel 1295 viene redatto un atto “sotto il portico di San Martino” , ma a parte questo, della struttura architettonica della chiesa originaria non si sa nient’altro. L’edificio sorge alla sommità di Piazza Risorgimento e domina il dedalo di piazzette e vicoli del centro storico di Serravalle. Nella seconda metà del XVII secolo la Collegiata crebbe d’importanza e sebbene nella gerarchia diocesana non godesse dei diritti e dei privilegi propri del titolo, contava dieci altari a quattro canonicati; nel 1717 i canonici fissi erano undici a cui aggiungere i quattro estivi. Dal punto di vista architettonico una tappa fondamentale fu il restauro del 1574, che con l’abbattimento dell’ originario porticato, diede alla chiesa la forma ancora oggi conservata ( come ricorda la piccola lapide al centro della facciata ).La Collegiata mostra oggi una struttura tardo rinascimentale con influenze barocche, una facciata in travertino completata nel 1939 e recentemente restaurata. Le decorazioni sono datate 1911 e sono opera di Luigi Gainotti e Rodolfo Gambini. L’apice compositivo è raggiunto dai magnifici affreschi che decorano l’intera volta centrale.
Il grande organo della chiesa Collegiata di Serravalle Scrivia, realizzato dalla famosa famiglia di maestri organari Serassi nel 1834 e poi ingrandito nei due anni successivi, costituisce probabilmente uno dei migliori esempi della loro arte. Sicuramente uno dei più grandi organi che trova un simile esemplare nell’organo presente nella Basilica di San Lorenzo a Firenze.Si trova sulla sommità dell’androne d’ingresso in posizione opposta all’altare maggiore. L’incontro di Serravalle con la famiglia Serassi avvenne grazie al sacerdote e compositore tortonese Lorenzo Perosi, genio indiscusso della musica sacra. Lo strumento è composto da tre corpi distinti, il grand’organo, l’organo eco e l’organo tergale, che rappresenta una vera rarità, posizionato alle spalle dell’organista è rivolto verso l’interno della chiesa. Il poderoso telaio conta ben 3321 canne ( moltissime per l’epoca della sua costruzione), per un numero assolutamente non comune di registri, ben 69. La voce è potente, brillante e ricca di espressione. Un organo tra i più antichi d’Italia e protetto dalla Soprintendenza artistica del Piemonte. Nel 1904 un primo restauro soppresse parecchie parti dello strumento. Negli anni 70 per volontà di monsignor Teresio Angeleri, arciprete di Serravalle, l’organo venne rimesso in perfetta efficienza e fedele all’originario progetto. Grazie all’impegno dell’associazione “Amici dell’organo Serassi” che vide nel proprio comitato d’onore personalità come l’onorevole Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro, l’organo di Serravalle fu protagonista di straordinari concerti e prestigiosi eventi musicali. Alle sue tastiere si esibirono artisti di livello internazionale tra cui Arturo Sacchetti, Renato Fait e il novese Giancarlo Parodi.
Il Presepe - il Natale a Serravalle è caratterizzato tradizionalmente oltre che dalle celebrazioni liturgiche e dalle luminarie anche dall artistico presepe meccanico che viene preparato nella chiesa parrocchiale. Questo presepio è caratterizzato da suoni, luci e movimenti che coinvolgono i visitatori nello svolgimento della giornata del 24 dicembre a Betlemme. Al canto del gallo si spengono i fuochi, le finestre delle case si aprono, la luce diventa gradualmente più intensa e cominciano tutte le attività: il fabbro batte il ferro sull’incudine, un cammello fa girare la macina del mulino, il pescatore lancia la lenza nel fiume, la bimba gioca sull’altalena e la nonna lavora al telaio. Nel frattempo il sole compie il suo viaggio descrivendo un arco nel cielo fino al tramonto. Si attenua quindi il chiarore e tutte le attività gradualmente finiscono. Simulando la mezzanotte un lampo di stelle illumina la capanna della natività, esplode un canto di Osanna e nasce il bambino Gesù.
Il crocifisso e le altre opere
La Collegiata ospita al suo interno quadri, affreschi e altri elementi artistici pregevoli, esposti alla venerazione dei fedeli e all’attenzione dei turisti.
Fonte battesimale: vasca in marmo con iscrizioni provenienti dall’antico edificio sacro e datata 1486. Forse la più importante testimonianza precedente alla ricostruzione del 1574.
La Natività, opera di Francesco Campora, si trova nella cappella della fonte battesimale e risale alla prima metà del XVIII secolo.
Presentazione di Gesù al tempio: il dipinto, molto antico, non ha un autore certificato anche se può essere attribuito a Bernardo Castello. È ubicato sulla parete sinistra della Cappella della Sacra Famiglia, di fronte al Martirio di Santo Stefano. Nel dipinto non sfugge la particolarità in primo piano della figura maschile seminuda a sinistra dell’altare: di primo acchito potrebbe essere considerata fuori contesto, infatti nei Vangeli non c’è alcun accenno a questa figura. È molto probabile che si tratti di un malato di peste guarito, come dimostra il suo corpo privo di piaghe. Questo quadro, senza nulla di ufficiale, ma in modo plausibile, potrebbe essere stato commissionato per testimoniare la guarigione dalla peste.
Martirio di Santo Stefano: attribuito al genovese Giovanni Andrea Carlone, si presenta, anche se parzialmente deteriorato, come una tela di sicuro valore, risalente alla metà del XVII secolo: si trova su una parete difficilmente visibile se non da pochi angoli della chiesa verso la sacrestia, all’interno della Cappella della Sacra Famiglia sulla parete che divide la cappella dall’Altare Maggiore.
La Beata Vergine del Rosario: dipinto di interessante composizione, opera del serravallese Bernardo Montessoro, il quale nonostante fosse un modesto pittore, seppe conquistarsi un piccolo posto tra gli artisti piemontesi del XVII secolo.
La Sagrestia: le infiltrazioni d’acqua hanno interessato molti muri della Collegiata e sin dai primi del 900 si sono effettuati interventi più o meno importanti per frenare il degrado che questo fenomeno provocava sulle decorazioni, gli affreschi e gli arredi. Nel caso della sacrestia il fenomeno era diventato veramente insostenibile tanto che i muri, le pareti, i pavimenti e gli arredi ne stavano pagando pesanti conseguenze. Gli interventi di restauro del locale decisi nel 2015 e portati a termine nel 2016 sotto la supervisione della Sovrintendenza delle Belle Arti ha riportato la sacrestia all’antico splendore.
La Cappella della Madonna Addolorata luogo particolarmente caro si serravallesi perché la Madonna Addolorata è la Santa Patrona. La cappella fu dipinta da Rodolfo Gambini
nel 1910, quando si creò anche la nicchia laterale per ospitare il grande crocifisso che l’altare custodiva e la nicchia dove ora è custodito il gruppo scultoreo della Vergine Addolorata.
Il gruppo scultoreo dell Addolorata è composta da quattro figure di angeli che portano i simboli della Passione di Cristo: croce, chiodi, cartiglio con l’I.N.R.I. Al centro c’è la figura della Madonna. L’opera non è firmata ma è certa l’impronta dei fratelli Montecucco di Gavi.
Il Crocifisso: come accennato prima, la collocazione attuale del crocifisso è successiva alla modifica della cappella avvenuta nel 1910. Non si conoscono né l’origine né la provenienza. Le dimensioni della croce erano notevoli, sono state ridotte per inserirlo nella nicchia, lo stesso Cristo ha dimensioni tali da essere concepito per essere visto da distante. L’opera è databile alla fine del XVI secolo e presumibilmente attribuita a scuola fiamminga. Lo studio anatomico e alcuni dettagli, come ad esempio gli occhi rovesciati, rivelano la preparazione e la qualità dell’artista. Il recente restauro ha riscoperto e restituito un’opera pensata con mobilità del capo e degli arti che permettevano una suggestiva celebrazione liturgica nella Settimana Santa in cui il Cristo veniva calato dalla croce, deposto in un feretro e portato in processione.
Il crocifisso ligneo del Cristo morente: del XVII secolo, per quanto rappresenti un’opera di semplice artigianato locale, mostra caratteristiche inconsuete: il colore brunito della figura di Cristo quasi a rappresentare l’iconografia di un Cristo Moro; Cristo appare assicurato alla croce con quattro chiodi, una scelta che appare in contrasto con i committenti Gesuiti, fedeli all’icona dei tre chiodi come nel loro stemma.
Giorgia Minopoli, classe 4C
Ringrazio i parroci della Collegiata di Serravalle per le informazioni ricevute e per avermi permesso di scattare le fotografie.
Altre informazioni sono state reperite dal sito www.kiekete.
Gavi: le Confraternite, un tuffo nel passato tra oratori e colori
Se transitate nei pressi di Gavi, il nostro suggerimento è quello di fermarvi un attimo e di raggiungere la cittadina.
Se non indulgerete tra calici di vino profumato o golosi e fragranti amaretti potrebbe capitarvi di fare un tuffo nel passato. Per le vie del borgo, infatti, in occasione della celebrazione religiosa del Corpus Domini, si assiste alla processione delle confraternite locali.
Le Confraternite sono uno tra i modi più antichi di associazione religiosa ed ebbero origine nel Medioevo come risposta ai bisogni di assistenza dei meno fortunati. Oggi, restano associazioni di laici che, sotto il patrocinio della Curia, cooperano in una missione religiosa e sociale.
Ogni 29 giugno gruppi di uomini incappucciati sfilano in processione con antiche statue lignee e enormi crocifissi rivestiti di sottili lamine d’argento che mosse dall’aria producono un gradevole tintinnio .
L’ambientazione è suggestiva, sotto la mole del forte, lungo stretti vicoli si snoda un corteo senza tempo, ma se si è un po’ curiosi, ci si può anche affacciare negli antichi oratori che prendono il nome da tre colori: oratorio dei Bianchi, dei Rossi e dei Turchini.
La denominazione legata al colore non è un vezzo, ma denota una particolare devozione: il rosso al martirio di Cristo, il bianco ai santi del territorio della corporazione, il turchino alla Madonna. Nel periodo della Controriforma la figura della Vergine fu particolarmente venerata, proprio come contrapposizione alle posizioni riformiste e i pittori dell’epoca scelsero il colore più prezioso per il suo velo azzurro quello, appunto, derivato dalla polvere di lapislazzulo.
All’interno dell’oratorio dei Turchini, che scelsero per le loro vesti il colore di Maria è conservato un antico tabarrino, un corto mantello, finemente ricamato su seta con fili d’oro. Risale forse al Settecento e rappresenta l’importanza che ebbero le confraternite sul territorio e la loro ricchezza. Indossato dai Priori è stato usato l’ultima volta in occasione della visita pastorale di papa Giovanni Paolo II a Genova nel 1985.
Leka Ridijana, classe 4C
Si ringrazia per le informazioni il confratello Fabrizio Pelissa
Le immagini che seguono sono tratte da "L'oratorio dei bianchi di Gavi" ed. IL PIVIERE. Fotografi Simona Cipollina e Giovanni Donato
Gavi: la Chiesa di San Giacomo
La Chiesa di San Giacomo Maggiore è stata costruita probabilmente a metà del XII secolo usando lo stile romanico. E’ dedicata a San Giacomo e presenta molteplici opere d’arte. Nei secoli trascorsi la Chiesa monumentale venne modificata numerose volte. Il primo documento che prende come riferimento la Parrocchia risale al 1172, in cui i Signori di Alessandria prestavano fedeltà ai Marchesi di Gavi. In precedenza, la Chiesa, fu un ostello della gioventù che fungeva da punto di riferimento in quanto i pellegrini di Santiago di Compostela sostavano all’interno. Inizialmente fu costruita all’altezza delle arcate, successivamente venne alzata comportando una fusione di due stili di arredamento diversi. Si pensa che nel 1700 sia stata intonacata interamente e nel 1960 il parroco abbia fatto scrostare l’intonaco e l’abbia trasformata nella Chiesa che conosciamo oggi.
L’ingresso centrale è composto da una breve scalinata. E’ sostenuto da colonne aventi capitelli decorati da foglie d’acanto che sorreggono quattro archi a tutto sesto. La decorazione più rilevante è un alto rilievo situato nell’architrave centrale, raffigurante l’ultima cena. Vi sono i dodici apostoli ai piedi di Cristo, che è la figura più distintiva, e due angeli, alle sue spalle, separati dalla colomba dello spirito santo. Tra gli apostoli è riconoscibile San Pietro, che regge nella mano destra le chiavi del Regno. Sulla punta del timpano del portale è visibile una fiera, cavalcata da Sansone, a cui venne distrutta la testa nel XIX secolo.
Nel lato settentrionale della Chiesa è presente un portalino murato oltrepassato da un rilievo parzialmente abrasato. Questa figura rappresenta un quadrupede cavalcato di profilo che lotta contro una fiera.
All’interno della Chiesa sono presenti diversi capitelli raffiguranti animali (es. leone, lupo, grifo, sirene…) che rappresentano valori come la forza, l’astuzia, la fedeltà e le passioni. Un altro tipo di capitello è chiamato “aniconico”, un imitazione dei capitelli corinzi
La Madonna col Bambino tra i Santi Giacomo Maggiore e Giovanni Battista è il quadro più prezioso della Parrocchoia.
Risale al 1500 circa ed è stato attribuito a
Gandolfino da Roreto.
.
In queste due sculture marmoree è raffigurata “La madonna del Rosario”. La più piccola (figura a destra) è assegnabile alla cerchia di Francesco Maria Schiaffino e l’altra (figura a sinistra) è attribuibile a Carlo Cacciatori. Essa è posta sull’altare barocco della navata di sinistra.
Curiosità: Napoleone Bonaparte cerco’ di portare con sé La Madonna del Rosario (quella posta sull’altare) ma a causa della sua grandezza decise di sottrarre quella più piccola. Questo gesto gli venne impedito perché la scultura venne nascosta dentro a una botte di vino.
Proposta di visita: A Gavi, ogni anno il 25 luglio, si festeggia il Santo Patrono San Giacomo Maggiore. Al mattino, alle ore 11:15, si terrà la Messa nella chiesa Parrocchiale di San Giacomo, mentre alle ore 17:30, la Messa verrà celebrata dal Vescovo ausiliare Monsignor Nicolò Anselmi.
Grazie alle guide dell’Associazione Amici del Forte di Gavi si potrà avere la possibilità di
godere l’interessante racconto della storia dei tesori della chiesa Parrocchiale.
Per le visite guidate ci saranno due appuntamenti: uno al mattino verso le ore 10:00 e l’altro al pomeriggio verso le ore 16:00 all’interno della Parrocchiale.
Greta Pallavicini
Classe 3^ C
Ringrazio per le informazioni ricevute il Parroco di Gavi, Don Gianni.
Le fotografie sono state scattate personalmente
Per gli amanti delle camminate il Santuario di Monte Spineto
Nel comune di Stazzano si trova il santuario di Monte Spineto, in cima ad un’altura chiamata proprio “Monte”. Infatti partendo da Stazzano o Serravalle Scrivia, percorrendo poco più di 2 kilometri si passa da in altezza di 225 metri ad una di 459 metri, sommità del monte.
Per raggiungere la vetta bisogna percorrere 800 metri molto ripidi con quattro tornanti a gomito, proprio come su una vera montagna.
Il santuario di Monte Spineto è un posto decisamente perfetto per gli amanti delle camminate. Oltre ad offrire una favolosa vista panoramica dei paesi sottostanti, il percorso per arrivare al santuario è anche molto interessante per le dodici cappelle della Via Crucis.
Quando si sale fin lassù, ci si distacca un po’ dai pensieri che riempiono la mente e dalla vita quotidiana. Non a caso nella Bibbia il monte è il simbolo di un luogo privilegiato per l’incontro con Dio. Questo non tanto perché Dio abita in alto quanto il fatto che abbiamo bisogno del silenzio per permetterci di ascoltarlo.
Un altro tratto decisamente interessante è la storia di questo santuario.
La storia del santuario è fortemente legata all’assedio di Tortona del 1155 da parte delle truppe di Federico Barbarossa.
Una parte delle truppe del Barbarossa si spinse fino a Stazzano, i cui abitanti si rifugiarono sul ColleArimanno, oggi chiamato MonteSpineto. Per ringraziare la Madonna del pericolo scampato, gli abitanti di Stazzano fecero costruire nel 1155 una piccola cappelletta, successivamente rimasta semi-abbandonata anche per l’infoltirsi della vegetazione e la difficoltà di raggiungere la cima.Nel. 1620, a causa di un nuovo assedio, questa volta operato dalla soldataglia francese, gli stazzanesi si rifugiarono ancora sul Colle Arimanno, chiamato ora Monte Spigno. In quei giorni una colomba svolazzava intorno alla cappelletta andando a posarsi su un biancospino. Si racconta che una ragazza sordomuta che pregava lì accanto riacquistò la parola proprio in quella occasione. Per ricordare questo miracolo, il vescovo di Tortona, Paolo Arese, decise di far costruire un vero e proprio santuario, ultimato fra il 1620 e il 1644.
Alcune curiosità sul Santuario
Il campanile del santuario di Montespineto fu costruito nel 1853. Al suo interno furono collocate, in origine, 3 campane di piccole dimensioni, fuse da Mazzola di Valduggia.
Nel 1974, in preparazione all’Anno Santo dell’anno successivo, venne ordinato un nuovo concerto di 5 campane (le attuali), fuse da Capanni di Castelnuovo Monti (RE). Rimaste per alcuni mesi alla vista dei fedeli, sul piazzale della chiesa, vennero issate sulla torre durante il 1975, ovviamente dopo essere state benedette. La 1° campana (la “campanetta”) è dedicata al Giubileo.
La 2° campana è dedicata al Concilio Ecumenico Vaticano II°.
La 3° è dedicata alla Madonna “in cui sono poste tutte le benedizioni” come ricorda l’iscrizione su di essa.
La 4° è dedicata a San Giuseppe.
La 5° (il “campanone”) è dedicata espressamente a No- stra Signora di Montespineto, la cui immagine è incisa in bassorilievo su di essa. Questa campana rischiò di rompersi durante la Notte di Natale dell’anno 2000, poiché si ruppe uno dei perni su cui poggia per ruotare.. Fortunatamente la campana scivolò su un lato dell’incastellatura e vi si incastrò fermandovisi contro, senza urtare violentemente contro l’incastellatura stessa (il che avrebbe provocato incrinature del bronzo) e senza cadere rovinosamente a terra con peggiori con- seguenze sia per le strutture che per i possibili passanti.
Nel 1875 fu eretto l’altare maggiore che accoglie tutt’ora la statua della Madonna con Bambino. Questa opera in marmo bianco fu scolpita attorno al 1629 ossia all’epoca di avvio dell’ingrandimento dell’originaria cappellina che diverrà l’attuale santuario diocesano.Il probabile autore è Leonardo Ferrandina, artista che, come riporta la sua biografia “studiò scultura in Genova da Taddeo Carloni, fece bellissime figure in particolare la bella Madonna nella chiesa del Guastato (la basilica francescana dell’Annunziata all’inizio di via Balbi), diverse altre ne mandò fuori di Genova, tutte di graziosa fattezza, e morì dopo avere per molto tempo virtuosamente operato”.
L’ “originale” (quando l’opera piaceva, se ne ordinavano delle “copie”) dovrebbe essere il simulacro mariano della cappella di fondo della navata laterale sinistra della citata chiesa genovese.
Purtroppo il santuario fu più volte saccheggiato. La storia ricorda che molto violente furono le devastazioni del 1799, da parte delle truppe francesi. Nella facciata di una casa della località Lastrico di Serravalle, sono tutt’ora murate le bombe del cannoneggiamento del 4 novembre 1799.
Per ridurre il rischio di ulteriori e peggiori profanazioni, il 15 novembre successivo si decise di spostare la statua della Madonna nella chiesa parrocchiale di Stazzano, ove rimase sino al 9 agosto 1801, data in cui fu riportata a Montespineto con una solennissima processione documentata da un apposito quadro-ricordo di notevoli dimensioni, esposto in sagrestia.
La collocazione geografica del santuario è naturalmente propizia alla vita eremitica ma Montespineto ha visto negli ultimi 150 anni un costante aumento di affluenza di devoti, pellegrini, semplici visitatori e pure escursionisti. Tutti questi motivi giustificarono l’istituzione di un vero e proprio servizio di assistenza spirituale, garantito da un cappellano (non residente) che celebrava a Montespineto nella buona stagione.
Tenuto conto che la strada ed i trasporti erano quello che erano, il santuario veniva poi chiuso nei mesi freddi per riaprire nella primavera successiva.
Il primo cappellano del santuario fu don Giovanni Roggiero (1762 - 1842) sepolto in santuario, davanti all’altare maggiore. Egli, nei periodi in cui si fermava a Montespineto, pernottava nell’attuale eremo. Essendo originario di Varinella, dove abitavano i suoi parenti, non di rado volgeva lo sguardo verso la valle Spinti, visibilissima in linea d’aria affacciandosi dalla zona dell’eremo stesso. E poiché le comunicazioni erano quelle che erano (ossia ancora praticamente inesistenti), egli aveva messo a punto un originale sistema di segnalazione d’emergenza: in caso di bisogno nelle ore notturne metteva alla finestra un lume acceso, in caso di bisogno nelle ore diurne faceva sventolare dal balcone un lenzuolo bianco. In questo modo i suoi parenti, guardando da casa verso il nostro monte, rilevando i suddetti segnali potevano salire per intervenire.
Tale sistema di segnalazione veniva utilizzato anche nel Seminario di Stazzano, per allertare il medico (che allora partiva da Serravalle).
Veronica Crea
Classe 3^C
Un ringraziamento alle persone che hanno dedicato tempi alla realizzazione di questi siti che sono stati consultati per la costruzione di questo articolo:
https://montespineto.files.wordpress.com/2012/02/pagine-unite1.pdf
Un palazzo storico in Val Borbera. Palazzo Spinola
Oggi ho deciso di portarvi in viaggio attraverso la Val Borbera e più precisamente fino al paesino di Rocchetta Ligure, le cui origini risalgono intorno all’anno 1000. Inizialmente questo paesino sorgeva sul versante sinistro del fiume Sisola poi fu distrutto e Napoleone IV Spinola lo fece ricostruire sulla riva destra intorno al 1673 dandogli il nome di Borgo Nuovo.Proprio in questo paesino, gli Spinola che all’epoca dominavano indisturbati le valli Borbera, Sisola, Vobbia e Scrivia decisero di costruire il Palazzo Spinola.
Esso fu edificato come residenza estiva di Napoleone IV Spinola tra il 1666 e il 1678 e al contrario di molti palazzi dell’epoca, che erano situati su una piazza, è situato al centro di Rocchetta, parallelo alla via del sale, lungo la quale si snoda tutto il paese.
Inizialmente era circondata da giardini camerali e ben distanziato dal resto del paese, poi successivamente sono state costruite intorno altre abitazioni che mettono in risalto la sua mole.Dall’esterno è possibile notare grandi finestre rettangolari, tipiche dei palazzi nobiliari.
Al piano terra le finestre sono protette da delle inferiate mentre al piano nobile ci sono 3 finestre centrali che sono state abbellite da una balaustra. Negli altri piani è possibile notare come le finestre sono piccole e squadrate. Ai lati dell’ingresso ci sono 4 feritoie a bocca di lupo che affacciano sulle cantine e sui magazzini del seminterrato.Al centro della facciata, vi è una scalinata realizzata con 4 gradini fatti di pietra lucerna e trattenuti da graffe in ferro battuto, che conduce al portale d’ingresso, sopra il quale è posto lo stemma della famiglia.Questo palazzo ha una pianta rettangolare e si sviluppa intorno a un grande atrio delimitato da 4 pilastri centrali, sui quali poggiano delle volte a crociera.
Il pavimento al piano terra è originario ed è formato da mattoni posti in maniera diversa in modo da delimitare non solo gli spazi ma anche per creare un effetto decorativo.
Sulle pareti sono stati affrescati nel corso dell’ultimo restauro lo stemma e i ritratti del marchese Napoleone Spinola e di sua moglie Girolama Brignole.
Sui lati dell’atrio si aprono i locali destinati al commercio e una cucina che è collegata, attraverso una scala di servizio, con il sottotetto e il seminterrato. Dall’atrio poi è possibile salire al piano nobile attraverso una bellissima scala padronale realizzata con ardesia e costituita da 3 rampe e 2 ballatoi illuminati da finestre. Il piano nobile è composto da un sontuoso salone illuminato da tre grandi finestre che si aprono sulla facciata principale. Ai lati del salone si può accedere agli appartamenti padronali. Sopra al piano nobile vi è l’ammezzato superiore dove un tempo risiedevano da una parte i marchesi e dall’altra parte la servitù. Infine vi è il sottotetto che era destinato alla servitù che svolgeva le mansioni quotidiane e raggiungibile attraverso scale di legno verticali che partivano dalla prima rampa della scala principale. Esso oggi è collegata al resto del palazzo attraverso un ascensore.
Cosa troviamo a Palazzo Spinola
Questo palazzo che per molto tempo è rimasto disabitato e completamente in abbandono, oggi ospita al piano terra gli uffici commerciali.
Al Piano Nobile possiamo trovare
- il museo della Resistenza fondato nel 1990 con il sostegno della regione Piemonte, con lo scopo di creare un percorso informativo per chi vuole conoscere meglio un periodo fondamentale della Val Borbera. Ci sono esposte fotografie, armi, proiettili, divise di partigiani e di soldati americani, radio da campo, borracce, borse, zaini e altri utensili. Vi è poi un percorso didattico che attraverso pannelli e fumetti spiega le varie fasi della guerra e soprattutto la difficile vita del Partigiano;
- il museo delle Arti Sacre che è stato inaugurato da Ms Canessa nel 2009. Poiché la Val Borbera è un territorio ricco di chiese e oratori, testimonianza della fede e devozione dei suoi abitanti, che a causa della mancanza di preti sono state chiuse, si è pensato di creare un museo dove raccogliere tutti gli oggetti che non vengono più usati nelle liturgie per tutelarli. Ma anche se sono esposti e spesso non hanno valore, rimangono comunque di proprietà delle parrocchie di provenienza.
Il sottotetto che prima ospitava la sede europea del Living Theatre di New York, oggi poiché è dotato di numerose camere da letto, una cucina e una sala didattica è a disposizione di gruppi organizzati .
Tra le più importanti attività svolte a Palazzo Spinola vi è:
- la mostra fotografica della vita in Val Borbera nei primi anni del 900;
- le frequenti mostre d’Arte;
- convegni, concerti, spettacoli, e corsi per canto lirico e pianoforte.
Dalla sua inaugurazione nel 1990 all'interno del palazzo si sono realizzati molti eventi, sempre ispirati all'idea iniziale di rappresentare l’intreccio della vita sociale ed economica nelle valli, ma anche le sue vicende culturali, politiche e religiose. Quindi, eventi sia legati al passato, che ai tempi presenti.
Nel 2016 ne sono stati organizzati alcuni tra cui, il 25 aprile la proiezione del film “ Like a bullet around Europe ” una biografia di Anton Ukmar e poi un altro intitolato “ Voler bene all’Italia” in occasione del quale furono aperti alle visite sia il pallazzo che i suoi musei.
Nel 2017 è stata fatta la presentazione del libro di Cristina Corzetto, il 22 aprile e successivamente la presentazione di una mostra fotografica di Ugo Pasini il 15 luglio, nel 2018 invece è stata organizzata una mostra di antiche mappe cartografiche che comprendevano il territorio Genovese fino alla painura Padana e il 27 gennaio venne fatta una mostra in memoria dei lager nazisti.
Il 18 maggio del 2019 in occassione della giornata internazionale dei musei venne fatta la mostra “ Behind Enemy Lines “ e il 27 gennaio 2020 fu fatta un’altra mostra fotografica a carico dello storico Giovanni Traverso chiamata “ Il roseto della memoria “ fatto per ricordare Ravensbruck e i lager delle donne.
Questo palazzo è aperto e visitabile nei giorni feriali dal lunedì al sabato dalle 8-12. La visita guidata di entrambi i musei va concordata con la segreteria. La scuola e gruppi di visitatori devono prenotare.
Irene Sgotti
Classe 4^C
Informazioni tratte dal sito del comune di Rocchetta Ligure
e dal materiale ( foto e brochure) gentilmente fornito dalla Sig.ra Maria Cristina Pertica
Val Borbera: la Chiesa di Santo Stefano a Cerreto Ratti
Si parte da Borghetto di Borbera e, dopo Liveto, circa 200 metri prima della frazione di Cerreto Ratti si posteggia l’auto. Il percorso inizia da una stradina sterrata sulla destra che per un breve tratto è fiancheggiato da campi coltivati e poi sale in un bosco fino a giungere ad un bivio; a questo punto bisogna svoltare a destra fino a raggiungere la Chiesetta.
Storia
L’edificio, dedicato al protomartire Stefano, giaceva in pessime condizioni perché fu colpito da un fulmine, così che il visitatore apostolico suggeriva di ricostruirlo o di sostituirlo con uno nuovo, in una posizione più agevole per la popolazione. Soltanto nel 1654 venne edificata la nuova parrocchiale all’interno di Cerreto con la medesima intitolazione.
Restauri e dati importanti
L’antica chiesa restaurata ancora nel secolo XX, non conserva più nulla del suo aspetto originario; è di dimensioni modeste, a una sola navata e con un presbiterio leggermente rialzato, elementi che richiamano le antiche forme e volumetrie.
Elementi invece collegati con l’edificio, oltre la posizione e la dedicazione, sono soprattutto, i due rilievi murati sul fianco del monumento. Si tratta di due testine e di una figura maschile in posizione prona con le braccia incrociate sul ventre, si pensa a un defunto.
Un altro elemento interessante è un’ ”urna” o piccolo sarcofago, conservato all’interno; fatto di pietra, con un coperchio a spioventi decorato con una croce greca e rilievi in trecce viminee.
Secondo la tradizione qui sarebbero stati conservati i resti del Santo titolare.
La chiesa è ad aula unica, con un’abside molto pronunciata in linea con i dettami postridentini e un transetto non molto rilevato. Sopra il portale d’ingresso, si trova lo stemma araldico dei Rati Opizzoni, a cui apparteneva il giuspatronato della stessa Chiesa. Lungo la parete sinistra si trovano gli altari di San Sebastiano e di Santo Stefano, su quella destra invece, quella della Vergine e del Sacro Cuore. Molto interessante, anche se malamente ridorato, è il tabernacolo ligneo dell’altare di Santo Stefano, che con le sue forme seicentesche dovrebbe essere contemporaneo all’erezione della Chiesa.
L’altare maggiore settecentesco, in stucco modellato e dipinto, è sormontato da un crocifisso del secolo XIX; allo stesso periodo risale anche il coro ligneo, al di sopra del quale e al centro della parete apsidale, si trova un dipinto piuttosto rovinato che raffigura la Madonna tra Santo Stefano e San Bernardino.
I dipinti murali della volta, sono di Clemente Salsa, frescante molto attivo sul territorio della diocesi tortonese. In sacrestia si trova un lavabo in marmo risalente al 1734, un probabile momento costruttivo del vano di servizio.
Una Curiosità
Se si prosegue da Liveto e si supera Cerreto Ratti, si inizia una strada in salita che porta a Monteggio, dove si può trovare una graziosa chiesetta di campagna dedicata a S. Lucia, protettrice degli occhi. Il borgo è disabitato per gran parte dell'anno, ma tutti gli anni, a giugno, tanti fedeli raggiungono Monteggio per la messa e la processione.
Giovana Ignat, classe 4^C
Per lo svolgimento di questo lavoro ringrazio la Dottoressa Michela Ricco della Diocesi di Tortona e la prof.ssa Roberta Cigala per le informazioni e le immagini fornite
Santuario della Madonna della Neve di Ca’ Del Bello, l'occasione per una bella escursione
(Borghetto di Borbera)
Come raggiungerlo
La visita al Santuario Ca’ del Bello può essere meta dell’escursione che parte dal Municipio di Borghetto di Borbera, per immettersi in Via Santuario Ca’ del Bello; superato l’incrocio con la provinciale SP 140 si prosegue ancora su asfalto per circa 200 metri, lasciando sulla sinistra la comunale in asfalto che sale a santuario, si prosegue dritto su una carrozzabile ingoiata che si snoda tra più petti e campi coltivati. Oltrepassato un ponticello ci si trova davanti a un quadrivio al quale si deve prendere la seconda stradina da sinistra che sale costeggiando un piccolo rio. Superato un tratto parzialmente invaso dalla vegetazione si sbuca su una carrozzabile dove si prende la sinistra, costeggiando un terreno recintato e arrivando in breve alla stradina asfaltata nei pressi delle prime cappellette della Via Crucis, che conducono al Santuario di Ca’ del Bello.
Via Crucis
La Via Crucis è una delle più popolari pratiche devozionali, che si snodano al colmo dell’ultima salita nel tratto pianeggiante su cui sorge il santuario. Le 14 cappelle furono costruite nel 1833 per sostituire quelle più antiche ideate nel 1737 da Francesco A. Brickman di Fulda, in seguito ridipinte da Clemente Salsa, la cui umidità cancello quasi del tutto le figurazioni.
Origine e descrizione
Il complesso della Madonna di Ca’ del Bello fu eretto nel 1672 sul colle detto Pra’ San Martino. La volontà dei fedeli di renderlo sempre più apprezzabile e importante, è presente in tutta la storia dell’edificio, perciò è un vero esempio di devozione popolare. In origine la chiesa era di modeste dimensioni, all’altare era stata posta un’ ancona in muratura con la Vergine Lauretana affiancata dai Santi vescovi Martino e Cipriano.
Un piccolo cenno sulle modifiche riportate
Nel 1757 i Borghettesi decisero di riprendere i lavori di ampliamento consistenti nell’allungamento, allargamento e innalzamento dell’edificio sacro; successivamente nel 1867 si rese necessario un ulteriore intervento. Di questo periodo sono il coro in muratura, quello in legno e lo spostamento del dipinto murale con la Vergine Lauretana, decorato con stucchi dal genovese Gerolamo Centonaro.
Giovana Ignat, classe 4^ C
Ringrazio per le informazioni, la dottoressa Ricco del Museo Diocesano e la prof.ssa Cigala.
Fotografie scattate personalamente
Santo Biribissi
Come il gioco d’azzardo “finanzia” un’abazia
Nella trattazione del canonico Vincenzo Legè, circa l’abazia di Vendersi e l’Alta Val Borbera, risulta un’interessante notazione.
Alla ricostruzione della nuova chiesa del piccolo villaggio borberino, a partire da un preesistente edificio antico, parteciparono, con opere e denaro, molti paesi vicini, i marchesi di Borgo Adorno, il curato Giovanni Simone Gamba e un prevosto, quello di Albera Ligure, davvero singolare.
Era in voga a quei tempi il gioco d’azzardo del biribissi e il prevosto citato decise di cedere il diritto, che gli spettava come feudatario, di concedere due volte all’anno questo gioco per finanziare le opere di ripristino della chiesetta. Ma come si gioca al biribissi? Ne abbiamo studiato le caratteristiche e abbiamo saputo, tra le altre cose, che venne proibito per la rovinosa, potenziale influenza che avrebbe potuto esercitare sulle persone dell’epoca.
Il biribissi o biribisso è un gioco abbastanza simile alla roulette, praticato almeno dal XVII secolo e giocato anche in Francia, dov'è chiamato biribi o cavagnole. Persino Giacomo Casanova giocò a biribissi a Genova (clandestinamente, appunto, poiché nella Repubblica era già proibito) e nella Francia meridionale negli anni Sessanta del Settecento. L'avventuriero veneziano fece saltare il banco (sostiene senza barare) e subito si insinuò che fosse d'accordo con il battitore: questo tipo di truffe erano probabilmente frequenti.
Il biribissi veniva giocato con un'attrezzatura simile a quella della tombola e con risultati analoghi alla roulette, della quale è un precursore: un tavoliere con segnati i numeri da 1 a 70, e un sacchetto con i 70 talloncini corrispondenti. Prima di ogni estrazione, i giocatori puntavano una somma su uno o più numeri. Chi aveva puntato sul numero che veniva estratto riceveva 64 volte la posta.
Il gioco è noto ancora oggi. Talvolta viene giocato usando le carte del mercante in fiera. In questa variante, si dispongono 36 delle 40 carte di uno dei mazzi in un quadrato 6x6. I giocatori puntano sulle carte così disposte e l'estrazione avviene usando il secondo mazzo identico. Le puntate possibili, e le possibili vittorie, possono variare. Un esempio è il seguente:
puntata su carta singola, vince 32 volte la posta
puntata su due carte adiacenti, vince 16 volte la posta
puntata su quattro carte, vince 8 volte la posta
puntata su una riga, colonna o diagonale, vince 5 volte la posta
In occasione del prossimo evento della Lunga Notte delle Chiese del 9, 10, 11 Giugno 2023, una delegazione della classe 3 C dell’indirizzo TURISMO, ad Albera Ligure, illustrerà il gioco ai presenti, tra notizie storiche, aspetti artistici e curiosità del nostro territorio.
Il santuario di Nostra Signora della Bruceta
Tra le colline ovadesi dell’Alto Monferrato, nel paese di Cremolino (AL), in un luogo di pace e tranquillità sorge il Santuario di Nostra Signora della Bruceta, risalente al IX secolo circa. Il Santuario, collocato tra i beni del FAI (Fondo Ambiente Italiano), nel 2020 si è classificato al 4° posto tra tutti i santuari italiani e al 4° posto assoluto come “Luogo del Cuore” in Piemonte, attraverso un concorso con votazione popolare.
Il Santuario meta di pellegrinaggi, a partire dal 1808 gode di una particolare forma di indulgenza plenaria chiamata anche “giubileo”; i fedeli, dall’ultima domenica di agosto alla prima di settembre, potranno ottenere il perdono e la remissione di tutti i peccati commessi.
Il Santuario è visitabile su appuntamento tutti i giorni tranne il lunedì e il giovedì. Nei mesi invernali non si svolgono funzioni religiose in quanto privo di riscaldamento.
ORIGINE E LEGGENDA
L’origine del Santuario di Nostra Signora della Bruceta è legato ad una leggenda.
Si narra infatti che un giorno una pastorella muta, mentre pascolava il suo gregge, fu avvicinata da una bella signora che le chiese in dono un agnello. La ragazza rispose che le serviva il consenso dei genitori, i quali, meravigliati dalla guarigione della loro figlia, decisero di donare l’intero gregge alla donna. Al ritorno della pastorella nel luogo dell’incontro, la signora non c’era più, ma si udì una voce dall’alto che diceva “Io sono la regina del paradiso”.
Come segno di gratitudine di questo miracolo, gli abitanti di Cremolino decisero di costruire una cappella in onore della Madonna delle Grazie.
Successivamente, intorno al 950, la cappella venne incendiata a causa delle incursioni saracene, che avevano portato devastazioni e saccheggi in tutta Italia. Dalle sue ceneri fu rinvenuto intatto il ritratto della “Madonna con Gesù Bambino”, un dipinto su pietra.
Questo fatto miracoloso motivò i cremolinesi a ricostruire subito la cappella, denominata “Bruceta” in ricordo di quell’incendio.
Il dipinto e la struttura del Santuario
Il dipinto della “Madonna con Gesù Bambino” risale presumibilmente intorno alla seconda metà del 1400 e rappresenta la Madonna che tiene nella mano destra un libro e con il braccio sinistro stringe a sé il bambino. Il bambino sembra che con la mano destra sia nell’atto di benedire mentre con la sinistra tenga il globo terrestre sormontato da una croce. I colori e la raffigurazione ricordano molto le icone.
Sotto il Vescovo di Acqui S. Guido, nell’ XI secolo la Chiesa della Bruceta divenne Parrocchia inferiore alle dipendenze della Pieve di Molare. Nel 1473 fu incorporata nell’unica Parrocchia di Cremolino, visto che i parrocchiani abbandonavano la campagna circostante per rifugiarsi a vivere entro le mura del borgo, per avere una maggiore difesa.
Tra il 1600 e il 1700 la Chiesa diventò un Santuario meta di pellegrinaggio e venne iniziata un’opera di ristrutturazione dell’edificio sacro: fu abbellito l’altare, il pavimento presbiteriale e il campanile fu sopraelevato.
In occasione del secondo bicentenario del 2018, sono stati organizzati numerosi eventi, con la partecipazione di autorità militari e civili e di fedeli, grazie all’impegno e alla disponibilità del parroco Don Claudio Almeyra Ferreyre, del comune di Cremolino e varie associazioni locali.
Vi invito a leggere anche il mio articolo sul Castello di Cremolino nella sezione dedicata a Storia e Castelli.
Gaia Dellachà
Classe 3^C
Per questo articolo e per quello sul Castelllo le informazioni sono tratte dalle “Guide dell’Accademia Urbense”, “I castelli Aperti”, da “Storia e tradizione di Cremolino in acquerello”, articoli tratti dal giornale “L’Ancora” .
Si ringrazia per la preziosa collaborazione il consigliere Comunale Sig. Fausto Lodi ed il Comune di Cremolino, la Parrocchia, l’Immobiliare Malaspina e il Dott. Guido Sebastiano Zerbino, proprietario del Castello.
LA PIEVE DI SAN GIOVANNI BATTISTA A LERMA
La pieve di lerma un tempo era la chiesa parrocchiale principale di Lerma ma nel 1500 diede questo ruolo all’oratorio che si trova all’interno delle mura del castello.Questa bellissima chiesa ha una struttura molto particolare ma allo stesso tempo molto affascinante, essa infatti è composta da un tetto a doppia falda che viene sostenuto da capriate a vista. Ha una facciata a capanna con un piccolissimo campanile situato tra la falda di colmo e la murata in meridione. Questa chiesa è ornata di bellissimi affreschi sia sulle pareti orizzontali che nel soffitto che purtroppo non si possono ammirare completamente visto che la chiesa è stata chiusa al pubblico, ma dalle finestre se ne possono vedere una parte e sono veramente molto affascinanti. Dentro essa si possono notare anche delle sedie e un banchetto, molto probabilmente utilizzati per pregare.
Greta Grisanti
Classe 3^C
Oratorio dell'Annunziata a Ovada
La Confraternita della SS.ma Annunziata di Ovada è una delle più antiche d'Italia, documentata fin dal 1289 e quindi da porsi tra quelle sorte in seguito al movimento dei flagellanti avviato a Perugia nel 1260 da Ranieri Fasani.
Tali Confraternite avevano lo scopo di penitenziale, in seguito assunsero anche quelli caritativi ed assistenziali verso pellegrini, poveri, malati, orfani, carcerati, prigionieri dei Turchi, condannati a morte.
Dopo il riordino operato da S. Carlo Borromeo tra il 1538 e il 1584,divennero prevalenti le attività legate al culto, ma rimasero, e sono presenti tuttora, quelle destinate all'assistenza. Nell'Ottocento, dopo il tentativo di cancellazione operato da Napoleone, le Confraternite superstiti avviarono significative opere di abbellimento ed arricchimento dei loro oratori.
L’Oratorio fu edificato fra il XIII e il XIV secolo in forme più modeste di quelle attuali, infatti presentava una piazzetta davanti alla facciata. In occasione della peste del 1631 fu utilizzato per la quarantena dei sospetti di contagio, soprattutto parenti degli appestati che venivano curati nell'Ospedale di S. Antonio Abate, avviato nel XIII secolo e posto di fronte alla coeva chiesetta omonima, oggi Museo Paleontologico Giulio Maini,
Adibito a magazzino di foraggi e acquartieramento di truppe durante la guerra di Successione austriaca, ne uscì talmente rovinato da spingere i Confratelli alla costruzione di un nuovo oratorio. Fallito il progetto e passata anche la bufera napoleonica, che aveva soppresso le Confraternite e gli Ordini religiosi, l'impegno dei volonterosi aderenti fu quello di restaurarlo fin dalle murature, di abbellirlo in ogni sua parte ed arricchirlo tanto da essere dichiarato nel 1908, a firma di Alfredo D'Andrade l’intendente per i Monumenti del Regno d'Italia, "monumento pregevole d'arte e di storia".
Opera notevole è anche il campanile, alzato nella seconda metà del sec. XIX su disegno dell'architetto Michele Oddini.
Il lungo elenco delle opere artistiche conservate all'interno dell'edificio comincia con il prezioso polittico cinquecentesco, di autore ignoto, un tempo attribuito alla scuola di Ludovico Brea, oggi ad Agostino Bombelli tra il 1480 e il 1549, rappresentante l'Annunciazione dell' Angelo a Maria tra i Santi Giovanni Battista e Sebastano, nonché S. Maria Maddalena e S. Rocco nelle lunette.
Importanti anche le due tele di Luca Cambiaso (1527-1585) che si fronteggiano sulle pareti della navata, rappresentanti Gesù nell'orto e la Salita al Calvario, donate dal marchese Giacomo Spinola nel 1825, in occasione della concessione dell'uso di una tribuna, alla destra del presbiterio, con accesso dal palazzo marchionale, oggi dei Padri Scolopi.
Interessante anche il quadro sull' altare della Madonna del Carmelo, opera del 1690 circa di Francesco Maria Schena. Sull'altare contrapposto un'immagine ispirata alla Madonna della Salute del Sassoferrato, conservata nella chiesa della Salute di Venezia.
Prestigiose e significative le casse processionali all'uso di Genova. L'Annunciazione, di raffinata finezza, è l'ultima opera realizzata dal celebre Anton Maria Maraglìano, mentre la Madonna del Carmelo con S. Simone Stock è attribuita a Luigi Fasce, poliedrico artista che lavorò lungamente nell'Oratorio, come per altro il padre Giovanni cui appartiene il Crocifisso processionale alla parete sinistra. Quello nella nicchia è invece probabilmente opera di Francesco Maria Campora, allievo del Maragliano, Accanto ad esso è posto un altro Crocifisso, moderno ma sul filo della tradizione, acquisito nel 2008, opera dello scultore Comploy di Ortisei (BZ), che oggi viene utilizzato nelle processioni.
Il quarto Crocifisso, quello alla balaustra, non appartiene alla Confraternita, ma le è stato affidato. Si tratta di una pregevole opera quattrocentesca.
L'organo sulla tribuna, alzata nel 1703, è opera insigne dei fratelli Serassi di Bergamo, restaurato ed arricchito nel 1883 (Bianchi) e nel 1992 (Marzi). Fa parte degli "Organi storici della Provincia" ed è molto apprezzato dagli esperti.
È da notare che l'intero edificio è affrescato ed il filo conduttore delle opere, pur di autori diversi, è la storia di Maria SS.masecondo i testi sacri del Nuovo e del Vecchio Testamento.
I grandi affreschi sulla volta della navata e del coro sono opera dell' ovadese Ignazio Tosi, che lavorò in gran parte gratis e per devozione. Tutte le altre parti, per lo più monocrome, sono invece del pittore novese Luigi Sansebastiano di Vincenzo, fratello del più famoso Michele che si segnalò nella scultura.
Le voltine dell'atrio e della sacrestia sono state affrescate dall’Ovadese Costantino Frixione .
Fra i Confratelli ricordiamo San Paolo della Croce, fondatore della Congregazione dei Padri Passionisti, ed i suoi genitori, Luca Daneo e Anna Maria Massari, sposatisi nel 1692 proprio nell'Oratorio; vi aderirono anche molti nobili genovesi, come gli Spinola generosi benefattori dell'Oratorio, e parecchi sacerdoti, compresi alcuni prevosti di Ovada. Nel passato l'Oratorio poteva disporre di uno e in certi periodi persino di due cappellani.
L'abito, o cappa, dei Confratelli e delle Consorelle, di seta turchina con tabarro in velluto cremisi ricamato in oro e argento, viene indossato nelle festività dell' Annunciazione, della Madonna del Carmelo e della Madonna della Salute, quando si partecipa alle feste di altre Confraternite ed in poche altre occasioni liturgiche.
Aurora Marzolla,
Classe 4C
Ringrazio Il sig.Campora per le informazioni per le foto e per il suo tempo.